venerdì 15 ottobre 2010

Gaspare e Zuzzurro...rievocano il DRIVE IN!


Sono passati quasi trent'anni da quando i due "funambolici folletti" della risata calcavano le scene di quella che è diventata la trasmissione televisiva cult degli anni '80 al grido di "Ce l'ho qui la brioche!!!!"
Da oltre trent'anni , tra televisione e teatro, i nostri due attori, al secolo Andrea Brambilla e Nino Formicola, leggono e rileggono la nostra quotidianità. Eccoli in scena nello spettacolo " Non c'è più il futuro di una volta", uno spettacolo in un atto unico che attinge a piene mani dal brogliaccio del cabaret, con battute a tutto spiano su politica, cultura e attualità.
La storia è quella di due attori comici a cui viene chiesto di tornare in tv dopo tanto tempo. Uno dei due, Gaspare, è molto ottimista, pronto ad entrare nella "Tv del terzo millennio", una tv dove bisogna assolutamente esserci perché: "Se ti vogliono lì sei ancora vivo". Ma l'altro, Zuzzurro, è ancora legato alla tradizione e ai vecchi schemi; da qui una sequenza infinita di battute dal ritmo incalzante dove i due si scontrano tra tradizione e innovazione: Gaspare tra i due è quello giovanilista, ha un bar (un "avabar" come lo chiama lui) con internet e Facebook. È al passo con i tempi e con la tecnologia; l'altro non ha nessuna smania di modernità, crede ancora che il PC sia un unico superstite del Partito Comunista, ecco quindi Gaspare che scalpita e Zuzzurro che recalcitra.
Prendendo spunto dalla realtà, cercando di trovare una nuova idea che possa far ridere in questo benedetto terzo millennio, lo spettacolo vira al sociale, denuncia a suo modo le incomprensioni tra i vecchi modelli e le nuove modalità. Così nascono situazioni paradossali tipiche della coppia comica e, tra una battuta e l'altra, cercano una chiave, un suggerimento, una password (tanto per essere tecnologici) per adeguarsi, per imparare a stare al passo con i tempi, per tenerci strette le nostre peculiarità umane, i nostri esilaranti difetti e i nostri incredibili pregi.
Ma quale è davvero l'idea nuova, il format giusto? Cosa funzionerà davvero e soprattutto cosa piacerà al nuovo spettatore ormai svezzato a tutto? Bisogna trovare la chiave giusta, passando prima in rassegna mille idee, ascoltando anche gli avventori del b@r che sono ormai succubi della televisione ("Scommetti che tutti sanno come sono le Tagliatelle di Nonna Pina??? Scommetti che tutti sanno Il Coccodrillo come fa??" chiede Gaspare a un Zuzzurro preoccupatissimo da quanto chi risponde abbia ancora diritto al voto!), per poi passare in rassegna ai grandi classici, dalla Divina Commedia di cui la diritta via "Senza il Tom Tom era davvero smarrita" a Biancaneve chiusa nella sua teca di vetro. Ma l'idea originale, alla fine, è sempre la più semplice. Sul finale, in scena appare Gaspare con quella che è l'idea, "Non serve tecnologia, serve solo un vecchio trench" proprio come facevano a Drive In per poter capire che, in realtà, "Il futuro è già passato, non è più come si credeva una volta!"

mercoledì 13 ottobre 2010

Omaggio a San Nasone




San Nasone. Se lo cercate nel Martyrologium Romanum non ne troverete traccia.

Questo però non vuole dire che non esiste. È un santo romano a cui i romani e i turisti sono molto riconoscenti e nelle calde giornate estive è sinceramente invocato e avidamente cercato. In città si manifesta spessissimo: può apparire in mezzo a una piazza, oppure in qualche angolo nascosto della vecchia Roma; a volte non si fa vedere subito, anche perché coperto dalle onnipresenti infestanti automobili, allora emette un gorgoglio per attirare l’attenzione e invitare il passante a cercarlo. Generalmente assume la forma di un cilindro di ghisa alto più o meno un metro alla cui metà sporge una protuberanza curvilinea dalla quale fuoriesce un nettare celestiale che il nostro santo, protettore degli assetati, distribuisce a piene mani: l’acqua di Roma, la “più bbona der monno”, sempre fresca e rinfrescante, saporita, disponibile e soprattutto “gratise”! Intorno a lui, nelle calde giornate estive, gente accaldata si accalca per ricevere il suo prezioso nettare. C’è chi riempie una bottiglietta, chi beve usando un bicchiere, chi mette una mano a conca e da quella beve. C’è infine il romano verace che, con l’aria di quello che “mo’ ve faccio vede io”, tappa il foro d’uscita dell’acqua e beve dallo zampillo che esce dal forellino posto circa a metà del “nasone”. Avrete tutti capito che sto parlando della mitica fontanella romana, “Er Nasone”, un dono della nostra città a tutta la varia umanità che ci vive, ci lavora o la visita.

martedì 12 ottobre 2010

Francesca Neri e il nuovo film di Pupi Avati


Per la terza volta insieme sul grande schermo: Francesca Neri è dall’8 ottobre in tutte le sale italiane con il nuovo film di Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza al fianco di Fabrizio Bentivoglio.
Terzo film insieme, appunto, dopo La cena per farli conoscere del 2006 e Il papà di Giovanna nel 2008.
È l'attuale compagna di Claudio Amendola, con il quale a ha avuto anche un figlio, Rocco;
Nata a Trento, il 10 febbraio 1964.
Studia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e ottiene la sua prima parte nel 1987 ne Il grande Blek, regia di Giuseppe Piccioni.
In quel periodo comincia una lunga relazione con il produttore Domenico Procacci.
In seguito lavora nel 1988 in Bankomatt con Bruno Ganz e per Luigi Comencini nel 1989 in Buon Natale... buon anno ma si impone alla critica ed al pubblico grazie alla recitazione ed anche alla sua bellezza eterea ed al suo sguardo distante con il controverso Le età di Lulù (1990), regia di Bigas Luna, che la fanno conoscere anche al pubblico spagnolo.
Nel 1991 è la protagonista in Pensavo fosse amore, invece era un calesse di Massimo Troisi che le porta il primo Nastro d'Argento e negli anni successivi gira il non eccezionale Al lupo, al lupo di Carlo Verdone. È poi la volta di Sud del 1993 di Gabriele Salvatores, in cui è l'unica protagonista femminile ed il difficile Spara che ti passa con Antonio Banderas e la regia di Carlos Saura.
Successivamente lavora in commedie di Antonio Luigi Grimaldi, Alessandro Benvenuti e con ruoli più impegnati in La mia generazione di Wilma Labate nel 1996 e Le mani forti di Franco Bernini del1997.
Sempre in quest'anno interpreta Elena, la protagonista femminile di Carne trémula di Pedro Almodóvar e vince il secondo Nastro d'Argento come migliore attrice.
Successivamente ottiene dei buoni ruoli in Matrimoni di Cristina Comencini nel 1998 e l'anno successivo ne Il dolce rumore della vita di Giuseppe Bertolucci ed in Io amo Andrea di Francesco Nuti.
Nel 2000 lavora in produzioni americane con delle apparizioni in Hannibal di Ridley Scott (il seguito de Il silenzio degli innocenti), nella parte di Allegra, moglie dell'ispettore interpretato da Giancarlo Giannini, e in Danni Collaterali di Andrew Davis del 2001. In seguito gira alcuni film con registri stranieri (Hotel di Mike Figgis, Ginostra di Manuel Pradal).
Nel 2002 gira La felicità non costa niente di Mimmo Calopresti e l'anno successivo interpreta una presentatrice senza scrupoli in Il siero della vanità di Alex Infascelli.
Nel 2006 è impegnata nel film di Pupi Avati La cena per farli conoscere, con cui lavora di nuovo nel 2008 interpretando il difficile ruolo di Delia, madre di Giovanna in Il papà di Giovanna.
Da poco ha iniziato a lavorare come produttrice, debuttando con il film Melissa P.
Nel 1999 affianca Adriano Celentano nella conduzione della trasmissione Francamente me ne infischio su Raiuno, riscuotendo ottimo successo; l'anno seguente interpreta nel programma serale Alcatraz la ragazza di un personaggio virtuale condannato a morte in un carcere americano, programma che scosse l'opinione pubblica per le immagini mandate in onda.

giovedì 7 ottobre 2010

IL FONTANONE DEL GIANICOLO


Propongo un piccolo QUIZ ai miei (pochi) lettori.

Da dove è stata scattata la foto del “Fontanone” qui riprodotta?

Ovviamente non si vince niente, sola la soddisfazione di essere tra "color che sanno”!

Beh, intanto che ci pensate vi fornisco qualche notizia in modo che quando ci passerete davanti lo guarderete meno distrattamente.

Il Fontanone del Gianicolo è stato definito un insieme di scogli dominato da animali araldici; il Drago e l’Aquila presenti nello stemma dei Borghese sono onnipresenti, perfino i pilastrini che circondano la conca hanno effigiate aquile e draghi in ordine alterno, un particolare distintivo unico: nessuna fontana romana può vantare un simile primato.

La mostra dell'Acqua Paola, conosciuta dai romani come "Fontanone del Gianicolo", fu voluta da papa Paolo V Borghese non appena eletto al soglio pontificio. Paolo V pensò di restaurare le rovine ancora esistenti dell'Acquedotto Traiano, in modo da riutilizzare le molte parti dell’acquedotto che ancora erano in piedi, e quindi ricostruire solo i tratti mancanti. L'obiettivo era riportare l'acqua a Trastevere, ma anche rifornire il Vaticano e le fontane di piazza San Pietro. I lavori furono affidati a Giovanni Fontana e ci vollero tre anni prima che l'acqua zampillasse sul Gianicolo. Il prospetto monumentale del terminale dell'acquedotto, la “Mostra”, è ugualmente opera del Fontana che si avvalse della collaborazione di Flaminio Ponzio.

Il prospetto è composto da tre ampie nicchie centrali che sono fiancheggiate da altre due minori da dove sgorga fragorosamente l'acqua che si riversa nella sottostante enorme vasca di marmo, che fu fatta aggiungere da Alessandro VIII e fu realizzata da Carlo Fontana in sostituzione delle cinque piccole conche originarie. Al di sopra si eleva l'attico sormontato da una nicchia ad arco con lo stemma del papa sorretto da due geni alati. Nell’attico è posta una lastra marmorea per commemorare l'opera del pontefice. L'iscrizione contiene però una piccola inesattezza. Si afferma che per condurre l'acqua Paola fu restaurato l'antico acquedotto dell'acqua Alsietina, cioè proveniente dal lacus Alsietinus, attuale lago di Martignano, mentre fu quello dell'acqua Traiana proveniente dal lago di Bracciano..

Le avventure della fontana furono parecchie. Quando si fece la prova d’uscita dell’acqua questa venne fuori con tale violenza che ruppe la balaustra di marmo precipitando a valle; durante l’assedio di Roma del 1849 i francesi tolsero l’acqua e gli zuavi sfruttavano la capace conca, riparata com’era dal sole, per schiacciare il “pisolino” pomeridiano, ma si ritrovarono tutti a mollo quando il comandante, temendo che i patrioti potessero sferrare un attacco passando attraverso le condutture vuote, dette l’ordine di riaprire il flusso dell’acqua.

Un’ultima curiosità. I romani furono contenti dell’acqua Paola, ma incominciarono subito a “sfotterla”: erano abituati ad avere acque ferruginose, acidule, acetose e non gradivano questa acqua che non aveva alcun sapore, serviva solo a dissetare e a lavare, per cui coniarono subito il detto “è come l’acqua Paola” per indicare una cosa che non sa di nulla.

martedì 30 marzo 2010

Maratona di Roma 2010


Photarts ha fotografato la maratona di Roma edizione 2010

Anche quest’anno, come le passate edizioni, un gran numero di partecipanti ha dato vita alla Maratona di Roma, nel tradizionale percorso di 42 km che si snoda verso il centro di Roma e non solo. Gli iscritti alla prova competitiva sono stati 15.346, il più alto di sempre per una prova italiana, provenienti da 83 nazioni inclusa l’Italia. Di questi, 8.834 sono gli italiani e 6.512 gli stranieri; 12.674 sono uomini e 2.672 donne. Roma (inclusa la provincia) è la città che ha avuto il più alto numero di atleti al via, 2320, così come il Lazio con 2778 iscritti è stata la regione più rappresentata. La seconda città per numero di iscritti è Napoli con 287, mentre la Lombardia rimane la seconda regione con 785 partecipanti. L’edizione di quest’anno, a 50 anni dai Giochi olimpici di Roma 1960 è dedicata al ricordo del leggendario maratoneta etiope Abebe Bikila, vincitore, a piedi scalzi, della maratona olimpica con la migliore prestazione mondiale. Sulle pettorine degli atleti e sui materiali ufficiali era riportata la frase “Abebe the Legend”, e il numero 11, lo stesso che portò al trionfo l’atleta etiope. Il pettorale originale, che apparteneva proprio all’atleta, è stato ritirato e consegnato al Sindaco di Roma per essere custodito in Campidoglio.

Abbinata alla prova competitiva si è svolta anche la mini maratona non competitiva aperta a tutti, “RomaFun-La Stracittadina”, di 4 chilometri con una partecipazione anche qui incredibile, con un numero di circa 80.000 partecipanti tra cittadini, associazioni benefiche, scout e allievi di scuole della capitale e volontari di varie onlus. I primi a partire sono stati gli atleti diversamente abili con le loro hand-bike tra cui Alex Zanardi, seguiti dagli atleti.

Il Via alla partenza è stato dato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti, dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport on. Rocco Crimi e dal presidente della Maratona di Roma Enrico Castrucci. A trionfare è stato il 25enne etiope Siraj Gena (con un tempo di 2h08'39") che, in onore proprio di Bikila, qualche metro prima del traguardo si è tolto le scarpe, concludendo anche lui la maratona a piedi scalzi, portando così a casa, oltre ai 15.000 euro spettanti di diritto al vincitore, i 5000 euro di bonus messi in palio per chi avesse battuto, sempre senza scarpe, il tempo di Abebe del 1960. Dopo il 30° km Gena è andato in fuga insieme al keniano Benson Barus, il grande favorito della corsa, staccandolo poi al 37° km. Terzo il keniano Nixon Machichim. in 2h09’08”.
Strepitosa anche la prestazione di Alex Zanardi, che ha dominato la gara per hand-bike con il tempo di 1h15’53”, migliorando anche il primato del percorso, superando anche le difficoltà dei sampietrini, ostacolo non difficile per gli atleti diversamente abili. Il podio femminile, invece, aveva tutti i colori dell’Etiopia, vedendo il trionfo al primo posto, per la seconda volta consecutiva, Firehiwot Dado Tufa, con il tempo di 2h25’28”. Dietro di lei le connazionali Kebebush Haile e Mare Dibaba.
articolo di Monica Cavallin per www.redazioneitalia.it

lunedì 15 marzo 2010

PHOTARTS ha fotografato per voi Claudio Santamaria


Buio... rumore di pioggia incessante... una scenografia pressoché spoglia, allestita solo con sabbia, sassi e qualche pietra qua e là. Luce... c'è un uomo da solo in scena, vestito solo con un paio di pantaloni e un vecchio cappotto: è Claudio Santamaria, in un ruolo in cui non siamo abituati davvero a vederlo. Il suo nome si associa a personaggi cinematografici, come Dandi di "Romanzo criminale" o Rino Gaetano dell'omonima fiction televisiva, o da ultimo a Paolo, il depresso e difficile personaggio dell'ultimo film di Gabriele Muccino tutt'ora nelle sale cinematografiche. In questa occasione si cimenta addirittura in un monologo, difficilissima prova d'attore, superandola a pieni voti.

L'opera rappresentata è "La notte poco prima della foresta" di Bernard-Marie Koltes con la regia del colombiano Diego Puerta Lopez. Lo spettacolo è, appunto, un monologo senza respiro, è un'unica frase, un fiume dirompente di parole; è la storia di un uomo che parla, urla e si sfoga con un ipotetico sconosciuto, abbordato per strada in una notte di solitudine, chiedendo ospitalità per "una notte, per una sola notte o per una parte di questa notte". La notte è buia, il protagonista si ritrova sotto una pioggia incessante che annebbia i contorni e che rende spasmodica e convulsa la sequenza dei ricordi. "È un testo meraviglioso - racconta Claudio Santamaria - appena l'ho letto me ne sono innamorato, proprio perché ha una scrittura contemporanea molto forte, e mi ha permesso di esplorare tutte le corde, sia emotive che fisiche, da tirare e suonare forte". L'attore dimostra, in questi 75 minuti senza pausa, le sue ottime doti recitative, lasciandosi ascoltare ed emozionandoci per questa incredibile forza che esprime, fisica e interpretativa, lasciandoci davvero senza parole, facendo trasparire le emozioni forti di questo personaggio, a volte rabbioso contro quello che lui giudica "il nemico", che lotta e urla contro le difficoltà per chi si sente straniero, diverso ed esiliato in una terra sconosciuta, ma anche trasmettendo dolcezza per il ricordo di una mamma ormai lontana. Si perde, in questa buia notte di vagabondaggio, alla ricerca ossessiva di compagnia e di una camera, facendo fluire parole su parole senza punteggiatura, senza senso a volte, ma cariche di rabbia e dolore.

Santamaria confessa di essere tornato con grande piacere sulle scene teatrali dopo sei anni di assenza (l'ultimo spettacolo era stato "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare), di non aver mai dimenticato quella che lui stesso definisce la sua prima grande passione, e di aver quasi bisogno di questo rapporto vivo col pubblico, come se fosse un rituale del quale non può fare a meno.

Racconta anche quanto è stato difficile preparare questo pezzo: "È un pezzo duro, che non ti permette di decidere nulla, bisogna solo buttarsi nel testo, facendolo entrare nel sangue, nelle ossa, nei muscoli, per cercare di farlo proprio e interpretarlo al meglio", ma proprio per questo, dice, sarà diverso ogni sera.

La foresta del titolo è quella ipotetica del Nicaragua, dove c'è un generale con un piccolo esercito che la circonda e che spara a qualsiasi cosa si muova.

Ma la foresta, nel suo pieno significato simbolico, altro non è che la fine, la morte, intesa come liberazione da questo mondo tragico e sofferente che vive intorno al nostro protagonista, nella mente, nel corpo, nei suoi gesti e nelle sue parole, rese davvero bene da questo bravo attore.

Articolo di Monica Cavallin
Foto di Fabio Gatto

mercoledì 3 marzo 2010

Fabio Gatto ha fotografato Leonardo Di Caprio


Ecco il nuovo film di Leonardo di Caprio, SHUTTER ISLAND dalla recensione di Monica Cavallin e foto di Fabio Gatto Art director di PHOTARTS!

Di nuovo insieme, dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed, Leonardo Di Caprio e Martin Scorsese hanno presentato a Roma il thriller psicologico "Shutter Island", che verrà presentato alla Berlinale il 13 febbraio mentre arriverà nelle sale italiane il 5 marzo. Secondo Di Caprio questo è senza dubbio il ruolo più complesso, violento e difficile che abbia interpretato ma è forse il più riuscito della sua carriera. Tratto dal best-seller di Dennis Lehane, è la storia ossessiva, misteriosa e ricca di suspense psicologica ambientata interamente in un isola-fortezza che ospita un manicomio criminale. Siamo nel 1954, all’apice della Guerra Fredda, quando il capo della polizia locale Teddy Daniels (interpretato appunto da Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono convocati a Shutter Island per indagare sull’inverosimile scomparsa di una pluriomicida che sarebbe riuscita a fuggire da una cella blindata dell’impenetrabile ospedale di Ashecliffe.
Circondati da psichiatri inquisitori e da pazienti psicopatici e pericolosi confinati sull’isola remota e battuta dal vento, i due poliziotti si trovano immersi in un’atmosfera imprevedibile dove nulla è come appare. Con un uragano in arrivo, le indagini procedono velocemente: man mano che la tempesta si avvicina, i sospetti ed i misteri si moltiplicano e diventano sempre più terrorizzanti e terrificanti con l’emergere di oscuri complotti, sordidi esperimenti medici, lavaggi del cervello, reparti segreti, e un accenno a eventi soprannaturali. Muovendosi tra le ombre dell’ospedale e perseguitato dalle nefande imprese commesse dai suoi sfuggenti inquilini e dai programmi oscuri dei geniali medici, Teddy comincia a rendersi conto che più andrà a fondo nell’indagine e più sarà costretto a confrontarsi con alcune delle sue paure più profonde e devastanti. E capirà anche che rischia di non uscire vivo dall’isola.