domenica 13 novembre 2011

UN AMERICANO A PARIGI

Chi non ha mai visto il grande musical “Un americano a Parigi” con la regia di Vincente Minelli, dove danzavano e volavano GeneKelly e Leslie Caron? Ebbene, fino al 30gennaio al Teatro Italia si possono rivivere le atmosfere da favola della versione hollywoodiana accompagnate dalle meravigliose musiche di George Gershwin,ammirando le incredibili dote del nostro più famoso etoile, forse uno tra i più grandi,Raffaele Paganini. Avvalendosi della collaborazione di 5 ballerine e 3 ballerini, perla prima volta in versione balletto, vengono riproposti i momenti salienti del film, che nel1951 vinse addirittura 6 Oscar. Siamo quindi catapultati nei suoni e nei colori di un’incredibile Parigi degli anni venti, con le inconfondibili melodie gershwiniane più o meno famose da “Want’ Em You Can’t Get’Em” a “Rialto Ripples” fino alle celeberrime “Rhapsody in Blue”, “The Man I Love” o “Summertime”. L’intento di questo balletto è proprio quello di ricalcare un po’ la storia musicale di Gershwin attraverso proprio la storia di “Un americano a Parigi”. L’eleganza e la classe del nostro primo ballerino, malgrado non sia più un adolescente, tolgono davvero il fiato: tutta la sua esperienza e il suo fascino non sono ingrigiti come il colore dei suoi capelli e ancora rimaniamo a bocca aperta nel vedere con quanta naturalezza esegue le sue infinite piroette o i suoi salti,ammirando come tutti i suoi muscoli in movimento esprimano non solo la professionalità di un grande ballerino ma anche l’entusiasmo e la vitalità di chi alla danza ha dedicato tutta la sua vita, con la voglia di regalare al suo pubblico ma anche a se stesso quel qualcosa di emozionante e di speciale che contraddistingue il suo modo di ballare. Molto bravi anche gli altri ballerini, in parte della Compagnia Nazionale Raffaele Paganini e in parte della Compagnia Almatanz, eleganti e precisi nei movimenti, tutti con una forte base di danza classica e ben diretti dal coreografo Luigi Martelletta.

UN GIORNO DELLA VITA

Il 14 Gennaio 2011 uscirà nelle sale cinematografiche italiane Un giorno della vita, opera prima di Giuseppe Papasso, con la partecipazione di Maria Grazia Cucinotta ed Alessandro Haber. Ispirato al film francese della nouvelle vague “I quattrocento colpi” di François Truffaut, e guidato dalla poesia dei film di Guareschi e di Tornatore, Papasso porta sugli schermi una favola d’altri tempi, che racconta con molta sobrietà la passione per il cinema,vista attraverso gli occhi di un bambino. Le parole di una vecchia filastrocca ci introducono, in punta di piedi, in un mondo che non c’è più. Siamo nella Basilicata degli anni sessanta, quando il ritmo della vita seguiva un passo più lento, distante dalla frenesia dei nostri giorni. Più esattamente siamo nel 1964,anno di importanti cambiamenti socio-politici, con la scomparsa di Togliatti, la diffusione dei primi topless e l’espansione del cinema attraverso le sale parrocchiali. In questo contesto vive Salvatore,interpretato dal piccolo e bravissimo esordiente Matteo Basso, un bambino appassionato di cinema,che è disposto a percorrere, insieme ai suoi due amici d’avventura, anche 5 km in bicicletta per raggiungere il paese più vicino e vedere un film. Tutto questo malgrado il dissenso di suo padre, incarnato dall’energico temperamento di Ernesto Mahieux, comunista militante nella sede del paese, che vuole invece imporgli la sua visione della vita. Ma la passione di Salvatore non si fermerà, neanche di fronte alla decisione di compiere un furto per acquistare un vecchio proiettore ed aprire un cinema tutto suo nel proprio paese. L’ingenuità del gesto gli costerà il riformatorio e il distacco dal suo primo amore, con cui ha sempre condiviso la sua passione Un giornalista, interpretato dal sempre straordinario Alessandro Haber, rimetterà poi ordine nella vicenda, riuscendo a trasformare Salvatore in un piccolo pioniere poiché, attraverso i suoi occhi incantati, ha visto nel cinema la magia che altri, troppo condizionati dai pregiudizi, ancora non riuscivano a comprendere. Maria Grazia Cucinotta partecipa a questa favola con un ruolo solo apparentemente marginale, quello della madre di Salvatore, moglie rispettosa, che non entra mai in conflitto con il proprio uomo, come era buon uso fare per le donne del sud, ma che però, alla fine, sarà lei che prenderà la decisione più importante. La totale devozione alla famiglia di questo personaggio, nel quale Maria Grazia si cimenta con tutto il suo reale sentimento materno, ci offre uno spunto di riflessione sul raffronto con la donna di oggi, che ha sì conquistato una buona fetta di diritti ma che sicuramente ha dovuto rinunciare a quella fetta altrettanto grande, che è parte integrante del ruolo della donna, nella quale nessuno la può sostituire. Le ambientazioni, i paesaggi, la semplicità di gesti che si sono persi, sono un’ incredibile miscela che Giuseppe Papasso amalgama tra loro in In un giorno della vita, per darci la possibilità di sognare ad occhi aperti e vivere con un po’ di nostalgia una bella favola di tempi che, purtroppo, non torneranno più.

Femmine contro maschi

Fausto Brizzi, dopo il precedente successo, ci riprova nel suo secondo capitolo ad esplorare l’eterna lotta dei generi. Questa volta sono le “Femmine contro maschi”, con i loro difetti e pregi, ad essere protagoniste della pellicola, scritta con Massimiliano Bruno, Marco Martani e Pulsatilla, prodotta da Fulvio e Federica Lucisano e in uscita il 4 febbraio con oltre 600 copie distribuite da Medusa. Gli attori Claudio Bisio, Nancy Brilli, Ficarra & Picone, Francesca Inaudi, Luciana Littizzetto, Emilio Solfrizzi - insieme a tutto il cast del precedente ''Maschi contro Femmine'' - sono i protagonisti di tre spassose storie dedicate ai curiosi difetti delle donne, aggressive e manipolatrici,alla disperata ricerca dell'uomo ideale e mai contente di quel che hanno di fronte: c'è la coppia Anna (Littizzetto) e Piero (Solfrizzi) alle prese con la noiosa routine di un lungo matrimonio finché un incidente fa perdere la memoria al marito che Anna pensa bene di riformattare a suo piacimento: niente calcio, amici e bar, solo attività casalinghe, massaggi, letture dei classici francesi e opera lirica. ''La realtà è che ci innamoriamo sempre dei difetti degli uomini, più sono stronzi e pirla e più ci intrigano - ha detto la Littizzetto - a un certo punto però quelle stesse peculiarità iniziano a darci fastidio. Gli uomini sono più sani, se ne fregano, continuano con i loro giochi, non vogliono cambiarci''. Ci sono Rocco e Michele (Ficarra & Picone), entrambi impegnati sentimentalmente ma con una unica vera grande passione: la musica e i Beatles per cui riempiono di bugie (e disattenzioni) le proprie compagne (Francesca Inaudi e Serena Autieri). E infine Marcello (Bisio) e Paola (Nancy), due figli, un matrimonio fallito e una di lui mamma (Wilma De Angelis) che è disposta a tutto pur di farli tornare insieme. Nel corso della conferenza stampa, il regista, alla domanda sulla preferenza tra i due capitoli, risponde: “Sono affezionato a entrambi i film, riesco pochissimo a differenziarli, ma so che hanno due anime completamente differenti. “Maschi contro Femmine” lo trovo più action, divertente, mentre questo secondo capitolo è più sentimentale, romantico e musicale. Alla fine mi chiedono sempre chi esce vincitore tra i maschi e le femmine. Non era questo il mio obiettivo. L’amore trionfa sempre e lascio molti finali aperti delle varie storie. Penso che,se nessuno/a cercherà di cambiare l’altro/a, tutti vivranno felici”. La colonna sonora è stata affidata, proprio per l’occasione, a una cantante donna, attualmente personaggio di spicco nel panorama musicale moderno:Noemi. Il singolo è dedicato a un “mito contemporaneo”, quello della forma fisica perfetta. La canzone, scritta da Vasco Rossi, parla di una fase decisiva nella vita di una donna, quella di una maggiore consapevolezza di sé. Guardare avanti e non indietro a quello che non torna più, è questo è il senso della colonna sonora di “Femmine contro Maschi ”

Qualunquemente

Dopo aver scontato alcuni anni di carcere e dopo una latitanza di quattro anni, Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque torna al suo paese d’origine, Marina di Sopra, cittadina calabra immaginaria dove convivono la bellezza struggente della natura e le colate di cemento degli interventi edilizi. Cetto è un imprenditore edile ricchissimo e corrotto che, dopo un sopralluogo al suo “paradais village” la cui costruzione è stata bloccata dai vincoli comunali per preservare il patrimonio naturale e artistico del territorio, decide insieme ai suoi fedeli che è arrivato il momento di candidarsi a sindaco della città con il Partito du Pilu. Cetto è soprattutto un volgare donnaiolo: sua moglie Carmen e suo figlio Melo, interpretati dai bravissimi Lorenza Indovina e Davide Giordano, lo vedono tornare dall’esilio in compagnia di una bellissima donna caraibica e di una bambina dalla paternità non precisata. L’immoralità del personaggio raggiunge l’apice nel rapporto padre-figlio in cui Cetto costringe Melo a lasciare la ragazza che ama perché senza curve, a frequentare le prostitute, a imparare a sparare, a guidare la moto senza casco e lo fa finire in prigione dove finalmente Melo si trasforma nel figlio tanto desiderato. La convivenza tumultuosa della famiglia allargata nella sfarzosa e cafonissima villa viene interrotta su consiglio dello spin doctor elettorale Jerry, un esilarante consulente new age di origine barese ma che si spaccia per milanese interpretato da Sergio Rubini, che pianifica la strategia elettorale per far vincere La Qualunque contro l’onesto candidato De Santis: apparire un bravo marito e padre, apparire elegante e impeccabile, apparire un buon cristiano, solo e sempre apparire. La campagna elettorale si svolge nel più scorretto e comico dei modi tra faccia a faccia televisivi per nulla neutrali, presentazione di liste fatte di soli parenti e assurde promesse come “più pilu per tutti” o l’abolizione di bollette/assicurazioni e si concluderà ancora più corrottamente con un broglio elettorale a favore di La Qualunque. Geniale il costumista Roberto Chiocchi che veste Albanese con gessato viola-oro e accessori bianchi, con abito e camicia a contrasto melanzana e con completo di tessuto stampato "vota cettolaqualunque” e che gli affianca in tenuta da rave party il fedelissimo scagnozzo Pino, interpretato con sincronicità perfetta dall’energico Nicola Rignanese e in abbigliamento sportivo l’amico “invalido” Mario Cordova, nei panni di un personaggio sano e amante dello sport che non si sveglia alle 7 del mattino dall’82 e che, grazie ai favori di Cetto, è riuscito a ottenere la pensione d’invalidità. La semplicità della trama è bilanciata dall’abbondanza creativa espressa dai personaggi e dal linguaggio fumettistico del film decisi, insieme ad Albanese, dal regista Giulio Manfredonia e dallo sceneggiatore Piero Guerrerra e supportati dai produttori Fandango e Rai Cinema. Alla conferenza stampa sono due su tutti gli argomenti dibattuti: quanto la realtà della politica italiana riesca a superare il surrealismo del film e l’immagine del sud che il film comunica. Albanese conferma l’attualità delle tematiche affrontate nel film ma libera il suo personaggio da qualunque riferimento o persona reale sostenendo che Cetto, nato 7 anni fa in tv, viene da un passato molto più lontano e riassume i cattivi esempi che da sempre popolano il nostro paese. Il sud raccontato è, per ovvie ragioni, semplificato ma drammaticamente vero: una terra amata che trasmette dolori profondi in cui trionfano l’orgoglio del desiderio di onestà e l’ottimismo del saper andare oltre l’amarezza della realtà ridendoci sopra.

mercoledì 2 febbraio 2011

Lo sapevate che … all’Arco di Tito


Se vi capita di andare a fare una visita al Foro Romano una volta che siete arrivati all’Arco di Tito non limitatevi a guardare il fregio sulla trabeazione, la volta dell’arco e i rilievi che decorano i lati del fornice che commemorano due fasi del trionfo dell’imperatore: Tito sulla quadriga trionfale e l’ingresso del corteo nella Porta Triumphalis con gli oggetti saccheggiati, ma abbassate lo sguardo sotto quest’ultimo rilievo. Noterete allora un graffito inciso chissà quando e ortograficamente sbagliato che recita “W SANTINO CIANBELARO”, con la “W” meno marcata e quasi certamente aggiunta in un momento successivo da un fan. Santino, chi era costui? Era un venditore di ciambelle che quando il Foro Romano era poco più di una spianata aveva aperto il suo “esercizio” sotto l’arco che costituiva il passaggio obbligato per coloro che provenivano dal Celio, ma anche punto d’incontro dei cosiddetti “burini” che venivano a Campo Vaccino con buoi e carretti e facevano colazione con le sicuramente gustose ciambelle. Insomma Santino è stato un anticipatore degli oggi infestanti venditori ambulanti in zone turistiche e si è guadagnato un ricordo perenne in alcuni versi di Antonio Delle Piane a lui dedicati:


‘No scritto (sotto l’Arco di Tito)

Quanno er Foro Romano era seporto,

lì ce vedevi tutta ‘na spianata:

“Campovaccino”, e in lungo ‘n’arberata

che dava vita a quello ch’era morto.

Sotto l’Arco de Tito, un omo accorto,

“Santino”, ma nun dice la casata,

de sotto ar candelabro cià lassata

‘na scritta come fusse un passaporto:

“Santino er ciambellaro”.

mercoledì 12 gennaio 2011

Lo sapevate che … Un elefante a San Pietro



Un elefante a San Pietro? Ma quando mai! E invece c’è!

Se andate a San Pietro recatevi nel transetto destro. Nel passaggio alla cappella di San Michele, a destra, troverete il monumento di Clemente XIII, uno dei capolavori di Antonio Canova. Il pontefice è inginocchiato e assorto in preghiera e sullo zoccolo due grossi leoni accovacciati, simbolo della forza della Chiesa, e la figura allegorica della Fede che tiene una grande croce. Per l’esecuzione del monumento Canova si fece aiutare da un modesto scultore, poco più di uno scalpellino, dal cognome curioso: Elefante. Costui era un sempliciotto però sentiva l’importanza dell’opera alla quale stava collaborando e ambiva che nel sepolcro comparisse il suo nome. Canova lo accontentò, in modo molto originale ma lo accontentò. Come? Spostatevi sulla sinistra e noterete che il posteriore del leone accovacciato ai piedi della Fede appare come la testa di un elefante con proboscide, orecchie a sventola e zanne, e cioè la firma parlante dell’umile aiutante del Canova.

lunedì 10 gennaio 2011

Chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio


La chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio è chiamata dai romani in vari modi.

È detta il canneto per l’elevato numero di colonne che si trovano sulla facciata (per l’esattezza sedici grandi e due piccole) che la fanno sembrare un canneto.

È anche detta il Tempio della fama per le due allegorie della fama presenti nel frontone.

Ma soprattutto è conosciuta, secondo la definizione di G. G. Belli, come “un museo de corate e de ciorcelli”, perchè vi sono conservati “li pormoni, er core, er fedigo, la mirza e le bbudella”, cioè i precordi dei papi morti, ossia gli organi interni facilmente decomponibili che venivano asportati durante l’imbalsamazione.

La chiesa è stata parrocchia pontificia e il Quirinale rientrava nella sua giurisdizione. Fu Sisto V, primo papa a morire in questo palazzo, a inaugurare questa usanza che proseguì per tutti i suoi successori e fu abolita da Pio X. I precordi, raccolti in appositi contenitori, sono conservati in una cappella sotto l’altare maggiore fatta costruire da Benedetto XIV.

Due iscrizioni marmoree poste sulle pareti dell’altare maggiore ricordano i pontefici di cui si conservano i precordi e la data della loro morte.

Lasciamo però che sia il Belli a descriverci questa singolare usanza con la sua abituale irriverenza.

San Vincenz'e Ssatanassio a Ttrevi

Tu tte sbajji: nun è in una cappella,

è ppropiamente su a l’artar maggiore.

Li stanno li precòrdichi, Pacchiella,

d’oggni Sommo Pontecife che mmore.


Che mme bburli? te pare poco onore?

Drent’una cchiesa er corpo in barzamella,

e ddrent’un’antra li pormoni, er core,

er fedigo, la mirza e le bbudella!


Morto un Papa, sparato e sprufumato,

l’interiori santissimi in vettina

se conzeggneno in mano der curato.


E llui co li su’ bboni fraticelli

l’alloca in una spece de cantina

ch’è un museo de corate e de ciorcelli.