domenica 13 novembre 2011

Piccoli equivoci" di amore e di amicizia

Il teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma ci allieta, dal 15 febbraio al 6 marzo 2011, con una pièce teatrale scritta dall’allora trentenne Claudio Bigagli e più volte interpretata in ambito cinematografico, televisivo e teatrale. Una commedia che parla di giovani, dei rapporti di amicizia e delle relazioni sentimentali; il tutto in chiave ironica ma con il retrogusto amaro dell’egoismo, del tradimento e della superficialità. Ubicazione delle vicende è l’appartamento che due ex fidanzati, Francesco Montanari- Paolo e Diane Fleri-Francesca, continuano a condividere pur non stando più insieme. Paolo stava con Francesca; ora lei frequenta di nascosto Enrico (amico di Paolo) e poi si mette con Piero. Paolo sospetta che il suo amico Giuliano esca con Francesca; in realtà Giuliano è innamorato perso di Sophie, sua promessa sposa che esce con Enrico oltre che con Paolo (senza disdegnare Piero). I bravi e giovani attori Mauro Meconi, Daniele De Martino, Stella Egitto e Francesco Martino affiancano sapientemente sul palcoscenico i due protagonisti esprimendo una forte carica emotiva, inno alla gioventù e alla vita vulcanica dei ragazzi di venti-trent’anni.
In un turbinio di scambi di coppia e di confronti interpersonali, è solo mentre si sta per perdere la speranza di capirci qualcosa che trionfano i veri sentimenti e si aggiustano alcune situazioni. Se gli uomini risultano nevrotici e bugiardi ma perlomeno in grado di amare o di essere amici, il ritratto delle donne è un pochino meno edificante e vengono dipinte come creature superficiali e frivole. Brillantissima l’interpretazione di Diane Fleri che riempie la scena con la sua vitalità valorizzando un personaggio di dubbio spessore. Il fondamentale contributo di Sergio Rossi per le luci e di Umberto di Nino per la scenografia e i costumi ha reso possibile un geniale utilizzo degli spazi del palcoscenico, riuscendo a creare una prospettiva multidimensionale con grande semplicità e originalità. Uno spaccato sulla vita di tutti i giorni che, grazie a esilaranti equivoci e fraintendimenti, riesce a far ridere e contemporaneamente a far riflettere su quanto siano importanti – ma anche assolutamente impegnativi - l’amore e l’amicizia.

MARBLE...CHE PASSIONE

È un amore “di marmo”, un sogno brillante, travolgente e lucido quello che inizia a turbare la monotonia di due coppie alla deriva. Al Teatro Vascello di Roma, fino al 6 marzo, lo spettacolo “Marble” mette in scena il desiderio di evasione dalla realtà. Un personaggio, una notte, inizia a sognare la moglie del suo amico. Non si vedono da anni, sono praticamente degli sconosciuti, eppure nel sogno, circondati dal marmo, la passione sessuale li travolge. E la realtà, intesa come “il giorno”, inizia ad esser vissuta come un’attesa della notte. Le loro vite erano “discrete”, come loro stessi le definiscono: figli, lavoro e l’inevitabile attesa della morte. È tutto inesorabilmente rassicurante. Ma sono stanchi della routine, vogliono qualcosa di spettacolare. Vogliono il marmo. “È bello essere l’uomo dei sogni per qualcuno”, dice l’uomo di mezz’età che la notte immancabilmente incontra la moglie del suo miglior amico. Ma il “tradimento”, anche se relegato al mondo del sogno, non rimane nascosto, ne parlano apertamente, come se le colpe dei sogni fossero di qualcuno di loro. Il marito della donna però non riesce a capire. Ma è la moglie a viverla come unica ancora di salvezza nella sua monotona vita: “vivo per dormire!”. Le quinte del teatro, composte da tre diversi armadi bianchi che corrono su binari, si configurano ad ogni scena donando ad ogni spazio un ambiente unico. L’odore del sigaro di lui, dell’uomo del sogno, inizia ad esser percepito anche dagli spettatori come un momento onirico. Ci si domanda sul sogno e sulla realtà. È la fantasia che inizia a divorare la realtà. Si parla del giorno come fatto di grigio e ferro, ma la notte tutto diventa del bagliore del marmo. “Oh, Dio, non parlarmi del sole... va avanti da tutto il giorno!” Punte di cinica ironia si alternano a momenti di angoscia. I momenti di dialogo tra gli attori sono immancabilmente accompagnati da battute argute e da risate del pubblico. Ma il sapore di irrealtà non abbandona mai il palco. “Marble”, di Marine Carr, rappresenta un punto di vista davvero originale sulle problematiche di coppia. Quando il cuore inizia a svuotarsi della passione, allora le vie di fuga dalla realtà iniziano ad impossessarsi degli esseri umani. Sentimenti profondi, irrazionali, come unica ancora alla realtà. Ed è questo lo spunto dello stile della Marine Carr. Nel 1997, all’Abbey Theatre di Dublino, durante un’intervista, la scrittrice citò il concetto di “potenziale negativo” del poeta inglese John Keats: “Essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, privi di quell’irritabile necessità di ricorrere alle prove e alla ragione”.

LA TOSCA...DAL CINEMA AL TEATRO!

“Intorcinati dentro a ‘na bandiera, foco de libertà che abbrucia er core” è questo il sottotitolo che Renato Greco ha voluto dare alla sua versione teatrale del film Tosca di Luigi Magni del 1973, prendendo spunto da uno dei brani più famosi del film. La pellicola, anche se non è forse la più conosciuta, dipinge sicuramente uno spaccato di Roma in un periodo storico molto importante quale l’inizio dell’ottocento. L’azione si svolge in una giornata molto importante: il 14 giugno 1800, il giorno della battaglia di Marengo, con la vittoria della quale Napoleone si assicurò l’entrata in Italia. Mario Cavaradossi (interpretato da Michele Carfora), pittore e giacobino, sta dipingendo una Maria Maddalena per la chiesa di Sant’Agnese quando scopre, nascosto proprio nella chiesa e vestito da donna, Cesare Angelotti (Sebastiano Vinci), prigioniero politico appena fuggito da Castel Sant’Angelo. Condividendone le idee politiche Cavaradossi aiuta il prigioniero, conducendolo nella sua casa fuori Roma. Contro di loro ci si mette il reggente della polizia romana, il barone Scarpia (Carlo Ragone). Il Cavaradossi però deve anche barcamenarsi con l’amore geloso e possessivo della cantante Floria Tosca (Francesca Nunzi) che, suo malgrado, contribuirà ad ingarbugliare la questione: dopo averla seguita nel cuore della notte, Scarpia trova il rifugiato che piuttosto che costituirsi si suicida e il barone può arrestare il pittore, condannandolo a morte. Scarpia, però, bramoso di desiderio anche lui per Tosca, le propone un patto: simulerà l’uccisione di Cavaradossi se lei gli si concederà; Tosca, però vuole comunque un salvacondotto per scappare dalla città e, non appena Scarpia firma, l’astuta donna lo pugnalerà alle spalle. Tosca corre dal suo amato ma scopre, suo malgrado, che la promessa fatta da Scarpia era solo un trucco: Cavaradossi viene fucilato e a lei non resta che gettarsi dai bastioni di Castel Sant’Angelo. La versione teatrale in scena al Teatro Greco fino al 1° maggio non ha assolutamente nulla da invidiare al film. Gli attori sono tutti molto “in parte”, perfetti nei loro personaggi. Un meritato applauso va a Carlo Ragone che con la sua voce in falsetto nelle canzoni e con le sue rapide battute, sempre precise e puntuali, riesce a creare uno Scarpia da manuale della perfidia ma rendendolo in alcune pennellate anche quasi umanizzato. Vera rivelazione, senza nulla togliere a Michele Carfora che ben conosciamo per le sue doti di cantante e ballerino, è Francesca Nunzi, ottima attrice e davvero ottima cantante, con una movenza e una disinvoltura sul palco da non far rimpiangere affatto il ruolo di Monica Vitti, rendendo la sua Tosca molto simile all’originale, nei modi e nelle maniere, oltre che nel timbro vocale, perfettamente a suo agio nei costumi, oltre che nei panni, della Vitti. Bravissimi tutti, compagnia e corpo di ballo compreso, una trentina di personaggi che si destreggiano sul palco del Teatro Greco, dove un’eccellente scenografia, interamente costruita e dipinta a mano, che non smentisce le aspettative. Uno spettacolo che merita di essere visto, in occasione, peraltro, dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma anche per celebrare la dedizione e la fatica che richiedono portare avanti una rappresentazione come questa per oltre tre mesi, perché ogni tanto a teatro ci si può anche emozionare non solo per una trama ricca ma anche per la bravura di chi non ne fa un semplice lavoro ma soprattutto una grande passione.

La festa


Una festa, il trentacinquesimo compleanno di Giovanni, un gruppo di amici che puntualmente si ritrova anno dopo anno a festeggiare lo stesso compleanno. Si conoscono da sempre e le loro vite si sono intrecciate più volte tra varie vicissitudini. Il festeggiato tarda ad arrivare, qualcuno è già ubriaco, qualcuno è già annoiato ma tutti passano per “la stanza dei cappotti”, dove tutti lasciano giacche e borse e dove tutti si rifugiano per isolarsi un po’ dal caos della festa: c’è chi attacca bottone, chi si ritocca il trucco, chi cerca di sedurre approfittando della stanza appartata. Noi, in realtà, non vediamo nulla della festa se non delle ombre che si animano dietro un telo bianco. Vediamo solo gli incontri fugaci in questa stanza. Ogni avventore ha la sua dose di problemi, specchio di inquietudini dei giovani trentacinquenni, a metà strada tra la recente adolescenza e la prossima maturità. C’è la lesbica che cerca in tutti i modi di evitare la corte di un amico ubriaco, che anche quest’anno, proprio come l’anno precedente, cerca di abbordarla senza aver capito le attitudini sessuali dell’amica, con le stesse parole e con la stessa insistenza; c’è la neo mamma, stufa di notti insonni e stufa di fare la mamma-latteria a tempo pieno dopo solo 2 anni e mezzo, stufa di un marito che la trascura preferendo le attenzioni e le avance dell’amica russa. C’è l’ubriaco di turno, che non riesce ad avere una donna fissa trovando solo donne sbagliate ma innamorato solo della luna, che preferisce ubriacarsi ad una festa per non vedere i suoi veri problemi, ma c’è anche chi si imbuca alla festa, un prete medico con i dubbi di coscienza per non aver potuto salvare una madre moribonda. Perfino il festeggiato, quando arriva, ha poca voglia di trovarsi nel suo appartamento invaso da mille persone, amici ma al tempo stesso estranei, che non capiscono che forse, a lui, di festeggiare non va proprio, che vive in una casa ancora precaria come la sua vita, con ancora scatoloni e pacchi, che preferisce fingersi essere qualcun altro e inventarsi qualcosa sulla sua ipotetica vita con uno sconosciuto, piuttosto che raccontare qualcosa di piatto e senza senso della sua vera vita.Un quadro non semplice con tinte forti, dove forse in qualcuna di queste nevrosi potremmo immedesimarci anche noi, dove forse ognuno di noi sente di fare proprie le inquietudini dell’uno o dell’altro protagonista. Un testo originale di Michela Andreozzi, diretto da Georgia Lepore, con Alberto Basaluzzo, Fabrizia Sacchi, Giorgia Wurth, Giorgio Marchesi, Federico Tocci, Anna Ferzetti e Gabriele Sabatini. “La Festa è un puzzle di persone che ho incontrato”, dice la stessa autrice, “un racconto di sentimenti che ho spiato, frammenti di conversazioni a cui ho assistito oppure ho partecipato. È il polso attuale di una situazione che conosco, il battito cardiaco di una generazione che si sente inutile, e forse lo è: inutile e sofferente, ma ancora viva”.
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Il padre e lo straniero

Possono due uomini, così diversi e lontani, diventare grandi amici al punto di mettere a repentaglio la propria vita per aiutare l’altro? La risposta è sì, se la loro unione nasce da un dolore, forte e intenso che li accomuna. Il “padre” è Diego (Alessandro Gassman), un impiegato, sposato con Lisa e una vita familiare tutt’altro che tranquilla: tra i due c’è un muro, creato inconsapevolmente dalla nascita, sei anni prima, del piccolo Giacomino, un bambino con una grave malformazione psicomotoria, a cui Diego non riesce ad abituarsi, ha quasi paura di toccarlo, non riesce ad interagire completamente con il piccolo mentre Lisa, ancora molto giovane e bella, si è dedicata totalmente alla cura del piccolo, annullando ogni tipo di rapporto sia con il marito, freddo e lontano, che con il mondo che le ruota intorno, vittima di una quotidianità quasi monotona, pesante, appiattita. Lo “straniero” è Walid (Amr Waked), è arabo, veste molto sciccoso, ha la macchina con l’autista ma anche lui ha un grande dolore dentro: il suo bimbo, Yusef, ha una malformazione ancora più grave di Giacomino, ma a differenza di Diego, lui ha una totale devozione per il piccolo, è la luce dei suoi occhi, farebbe qualsiasi cosa per quel piccolo bimbo malato.I due si incontrano al centro di riabilitazione dei loro figli e, uniti da questo immenso dolore, diventano amici. Walid porta con sé Diego nel suo mondo, lo porta al bagno turco e nei posti più strani, tra feste arabe e universi di una Roma parallela e orientaleggiante, ma al tempo stesso “insegna” a Diego a non avere paura del diverso, dell’altro ma ad amare comunque tutto ciò che lo circonda. Grazie proprio a questa amicizia così diversa Diego sembra ritrovare se stesso e l’amore per la vita, per la moglie e anche per il piccolo Giacomino, improvvisamente non si sente più estraneo di quel mondo “diverso” ma ne diventa parte integrante e attiva. Walid diventa quindi per Diego fondamentale per questa sua rinascita al punto che, quando l’arabo sparisce misteriosamente insieme al figlio e i Servizi Segreti sembrano volerlo scovare a ogni costo, lui stesso mette a repentaglio la sua vita, la sua famiglia pur di andare alla ricerca dell’amico, pur di scoprire cosa si nasconde dietro al suo mondo misterioso. Un film vero, concreto, che è al tempo stesso un thriller ma ha anche un sentimento e un pathos tali da coinvolgere emozionalmente il pubblico. Alessandro Gassman, in conferenza stampa, ha confessato che deve molto a questo film, che si riconosce soprattutto nel percorso di autoconsapevolezza di genitore che il film racconta, e che sicuramente questo lavoro gli ha dato molto più come uomo che come attore.

Nada in concerto

Al Teatro Vascello di Roma, dal 18 al 30 gennaio 2011, Nada porta in scena il suo NadaMusicaRomanzo, un monologo costruito con milioni di parole, estrapolate dal suo bagaglio interiore, carico di inquietudine e di passione,attraverso il quale la cantautrice ci racconta la sua storia. Con una scenografia pragmatica, animata da un gioco di luci e di ombre con i riflettori puntati addosso, per dare più enfasi ai contenuti del suo monologo, Nada si propone con un immagine modesta, senza un filo di trucco, in un abito di scena essenziale, indossato senza troppa cura. È l’immagine di una donna che mette a nudo la sua fragilità, gettando via la maschera del superfluo, in un gesto quasi liberatorio. Attraverso la catarsi dell’anima, si abbandona ad un delirio poetico che talvolta strizza l’occhio alla follia. È così che il pulcino di Gabbro (soprannome che le fu affibbiato nel ‘69, per la giovane età con cui debuttò a San Remo) ci apre le porte al suo universo interiore, in una retrospettiva che parte dalla sua infanzia e attraversa tutto il suo percorso di vita. Con tono pacato, alternato a momenti di isteria, ci trascina in un vortice di emozioni, nato dagli eventi che hanno contrassegnato la sua esistenza. I continui viaggi con gli spostamenti in treno, una gravidanza prematura sfociata nell’incoscienza di un aborto, una storia d’amore finita male, una carriera tra alti e bassi, una prepotente solitudine interiore. Uno spettacolo introspettivo, dunque, che Nada ha realizzato attingendo al metodo di Stanislasky, nel quale utilizza tutta la forza espressiva della voce e del corpo, per riempire parole che disgrega e ricompone in un monologo delirante, carico di poesia, che si trasforma di volta in volta in canzone. Attraverso questo percorso viscerale, che vuole abbattere i confini del tempo, Nada fa trasudare il suo animo inquieto, con il quale osserva ciò che le accade intorno. Ogni evento viene da lei metabolizzato in una frustrazione, che va ad alimentare il suo innato conflitto interiore. Da questo lungo viaggio introspettivo, nascono le sue canzoni,espressioni di una personalità molto controversa, quella di una donna che a causa della sua smisurata sensibilità, si dibatte tra la sua “forza naturale” e la sua “naturale fragilità”. È senza dubbio uno spettacolo per un pubblico di nicchia, quello proposto da Nada, rivolto a chi riesce a varcare la soglia della concretezza e ad abbandonarsi , anche solo per poco, ad un vortice di emozioni trascendenti che toccano l’anima. Ma NadaMusicaRomanzo è ancor più un compendio della sua formazione artistica, costruita negli anni attraverso la sua forza emotiva, con cui lei stessa ci offre l’opportunità di conoscerla più a fondo.


Il matrimonio può attendere

Ridere fa bene alla salute, una risata allungala vita…. Tutte frasi fatte? Forse, ma sicuramente assistere allo spettacolo “Il matrimonio può attendere” in scena fino al 23 gennaio al Teatro dei Satiri è sicuramente una bella terapia contro la depressione e lo stress lavorativo. Per il settimo anno consecutivo, la coppia Diego Ruiz-Francesca Nunzi porta in scena una commedia allegra e davvero divertente,dove i due affiatatissimi attori raccontano con minuziosità scrupolosa le gioie e i dolori del sesso, dei rapporti di coppia, del matrimonio e di tutti quei piccoli e grandi interrogativi che sembrano affliggere i trentenni di oggi. È una notte di luna piena, due giovani percorrono in macchina una strada di campagna molto isolata, discutono animatamente e all’improvviso finiscono fuori strada, andando a finire in una scarpata. Oddio, siamo di fronte a una commedia noir?? Assolutamente no! Il preciso e pignolo Diego inizia a inveire contro la sua amica Francesca per il suo modo di guidare, per essere distratta come tutte le donne al volante e lei inizia a puntualizzare quanto sia difficile guidare con un pignolo precisino che in ogni momento ti grida nell’orecchio“Attenta qui, attenta là…”.Così i due iniziano dapprima a insultarsi a vicenda cercando quanto prima una soluzione per uscire fuori da quell’assurda situazione e soprattutto cercano una soluzione per farsi tirare fuori dalla scarpata. L’intesa tra i due attori trapela da ogni loro battuta ed espressione, dimostrando in primis la grande dote di improvvisazione di entrambi, capaci di ridere in scena e riprendere a recitare come se nulla fosse di fronte a uno schiaffo dato con maggior veemenza.“Ormai il copione ci è talmente entrato dentro”, ci dice Francesca Nunzi l’attrice che sarà protagonista a febbraio della versione teatrale della Tosca di Luigi Magni, “che ogni sera ci mettiamo del nostro, spesso andiamo avanti come due vecchi amici che iniziano a prendersi in giro a vicenda, tralasciando quello che è il vero copione.” Ad avere la peggio è il povero Ruiz che viene accusato continuamente di essere maschilista, ignorante e cafone contro il gentil sesso e che viene continuamente picchiato in scena. “Povero Diego”, dice sempre Francesca Nunzi “lo gonfio davvero di botte, lo scuoto continuamente e spesso gli faccio davvero male. In scena non può certo reagire ma poi, appena può, si vendica con qualche cattiveria in più”. Intanto la discussione continua sempre più all’insegna dei luoghi comuni dedicati ai contrasti che intercorrono tra il “sesso debole” e il “sesso forte”, in quelli che sono i diversi punti di vista tra i due sessi sul matrimonio, i figli…. Allora è meglio single che male accompagnati? Una donna a trenta anni la chiamano signora anche se non porta la fede al dito solo perché è vecchia? Un uomo è solo per scelta come dice o perché è gay o non ha le dimensioni giuste? Dopo i trenta anni una donna ha l’orologio biologico che fa Tic-Tac e deve spicciarsi a fare un figlio anche se in giro ci sono tutti sfigati che non hanno assolutamente il senso del dovere come padri? Insomma, circa 1 ora e mezza in cui veniamo travolti da una valanga di battute frizzanti e cariche di ironia, dove noi stessi ci sentiamo tutti chiamati in causa, uomini e donne che annuiscono ad ogni affermazione di Diego o di Francesca, e tra una risata e l’altra echeggia un sottile brusio del pubblico che incolpa il povero partner seduto accanto: “Ha ragione, è proprio come te, sono gli stessi difetti che hai tu!”.