lunedì 14 novembre 2011

A UN PASSO DAL CIELO

Basterebbe guardare gli occhi di Mario Girotti, ai più noto come Terence Hill, per sentirsi già molto vicini al cielo, ma con la sua ultima fiction televisiva per la Rai diretta da Enrico Oldoini, sarà lui stesso a portarci davvero “A un Passo dal Cielo”. Nei panni di Pietro, il capo della squadra del corpo forestale di San Candido, un piccolo paese ai piedi delle Dolomiti, ci accompagnerà in una natura mozzafiato nella quale si svolgeranno le vicende dei 12 episodi che andranno in onda a partire da domenica 10 aprile su Rai uno in prima serata. In un susseguirsi di intrighi e misteri, tra passione e sentimento, si snodano le storie raccontate attraverso una narrazione epica ed avvincente che ci riporta con un po’ di nostalgia ai racconti del mitico western. Insieme a Terence Hill anche Enrico Ianniello nei panni di un iperattivo poliziotto napoletano, Vincenzo, che in seguito ad una promozione si ritrova ad affrontare l’esasperante tranquillità delle montagne, sulle quali non riesce proprio ad ambientarsi, e a cui riuscirà ad affezionarsi proprio grazie alla collaborazione tutt’altro che idilliaca con Pietro. Nel cast sono presenti poi anche Katia Ricciarelli, nel ruolo di Assunta, la possente sorella di Felicino detto Roccia, interpretato da Francesco Salvi, un ex boscaiolo divenuto il braccio destro di Pietro. Un’accoppiata insolita che sicuramente saprà regalare un po’ di umor alla detective fiction che è anche un po’ commedia. Dopo la serie televisiva “Don Matteo” che lo ha visto protagonista, Terence Hill sembra proprio averci preso gusto a vestire i panni dell’investigatore di sani principi, e anche se stavolta nasconde un oscuro segreto che lo ha spinto a dedicarsi totalmente alla custodia della natura, anche in questa, per dirla meglio, “detection”, porterà sugli schermi profondi valori. L’amore per la natura, il rispetto per gli altri e la cooperazione svolgono un ruolo da protagonisti intorno ai quali si snoda ogni vicenda. Sembra quasi di cogliere un bellissimo omaggio a tutti quegli uomini che come il suo personaggio si dedicano alla salvaguardia dell’ambiente e ci rendono possibile di godere a pieno di certi paesaggi incantati che sembrano rimasti fuori dal tempo.

domenica 13 novembre 2011

17a MARATONA DI ROMA

Puntuale come ogni anno, se piove o se c’è il sole, per le strade della Capitale si corre la Maratona di Roma, arrivata quest’anno alla 17^ edizione. In un clima caldo di tensione come in questi giorni, vedere tanta gente correre solo per spirito sportivo e di goliardia fa davvero bene allo spirito. Vedere gli atleti dell’Etiopia o del Kenia che, malgrado le loro difficoltà di ogni giorno per vivere e sopravvivere, riescono a trovare la forza per allenarsi e nella loro vittoria c’è il sorriso vero di chi ha vinto molto di più di una semplice medaglia, questo è vero animo sportivo, che va oltre ogni regola e ogni convenzione. Il vincitore degli uomini, Dickson Chumba Kiptolo, oltre alla medaglia, ha portato a casa un premio di ben 15.000 € lui, che con il suo fisico filiforme e che fa economia di sorrisi, è soprannominato “il giardiniere” perché, per poter correre, tagliava l’erba del vicino; oppure la vincitrice delle donne, Firehiwot Dado Tufa, che quest’anno sale sul podio della Capitale per la terza volta consecutiva e oggi ha voluto correre gli ultimi metri scalza, in omaggio al connazionale Abbebe Bichila, che vinse le Olimpiadi di Roma nel 1960 correndo senza scarpe, visto che l’anno scorso, vincendo in volata, non era riuscita a compiere questo gesto. L’emozione è negli occhi di Alex Zanardi, per la seconda volta torna in competizione con gli atleti diversamente abili in sella alla sua handbike, felicissimo di tornare a correre, anche se un po’ amareggiato del suo quarto posto (trionfò l’anno scorso) ma solo per problemi tecnici legati alla catena della sua bici che si è sganciata 4 volte, costringendolo pure a fare il meccanico in corsa. Altra emozione grande quando a tagliare il traguardo della prova non competitiva di 4km è stata l’olandese Monique Van Der Vorst, pluricampionessa del mondo e primatista mondiale di maratona in handbike, già vincitrice di due edizioni della Maratona di Roma (2007 e 2008), ma che quest’anno, dopo 13 anni passati su una sedia a rotelle, ha recuperato l’uso delle gambe e ha voluto correre nella categoria dei normodotati. Queste sono le emozioni che solo lo sport, nella fattispecie l’agonismo, possono dare, tutto questo vale davvero una levataccia in una tranquilla e fredda domenica mattina, tutto questo vale l’emozione di vedere 16000 partecipanti che corrono su via dei Fori Imperiali e vedendoli dall’alto per noi del pubblico non hanno né nome né cognome, non sappiamo quanti anni abbiano o cosa facciano nella vita ma hanno tutti in comune la voglia di esserci, per mettere via, per un attimo, tutti i problemi che ognuno si porta dietro ogni giorno

INTERVISTA A CINZIA BERNI

Dopo esserci divertiti con lo spettacolo “Disposte a tutto”, in scena al Teatro de’ Servi fino al 13 febbraio, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Cinzia Berni, regista, autrice nonché protagonista della commedia.
Il testo “Disposte a tutto”, è un testo originale? È stato scritto a quattro mano con Guido Polito: che gestazione ha avuto la stesura?
Dopo “Casalinghi Disperati” (Teatro De’ Servi con Gianni Cannavaciuolo e Mauro Serio) “Attico con Vista” (Teatro Manzoni Fabrizio Frizzi e Rita Forte) “Un trono per 2” (Teatro Tirso con Laura Trochel e Stefano Antonucci) è il quarto testo che ho scritto con Polito ad essere rappresentato. Scriviamo molto velocemente e nel caso di “Disposte a tutto”, che è un testo originale, abbiamo lavorato la scorsa estate; per quanto mi riguarda, anche per “Ricette D’Amore” o “La mia miglior nemica” che ho scritto da sola, la commedia nasce sempre da un’ idea e si sviluppa naturalmente, magari la notte quando sono a letto, in macchina mentre guido, in giardino quando curo i fiori… spesso mi metto al computer e so già cosa scriverò!
Vi siete ispirati a testi già esistenti?
No, di solito quando scrivo penso a persone e situazioni esistenti; in questo come in altri casi, rubo le confidenze degli amici, le storie che sento dalla gente .Sono molto curiosa e adoro ascoltare, forse per questo le persone si confidano con me! Tempo fa un amica mi ha detto: “Questo non te lo racconto se no lo metti in una tua commedia!”
Dopo le tue varie esperienze teatrali, televisive e cinematografiche, in quale ambito riesci a collocarti meglio?
Il teatro è sicuramente il luogo in cui mi esprimo meglio anche perché è dove lavoro di più, mi sento a mio agio comunque nella scrittura.
Ti senti più regista o attrice?
Recito da molto tempo, ho frequentato il “Laboratorio di Gigi Proietti” nell’85! La regia invece è un fatto recente, la prima risale al 2007 ma credo di essere più portata come regista che come attrice; comunque per dirigere gli attori è fondamentale essere stati sul palcoscenico.
Dopo anni di palcoscenico, come vivi il tuo rapporto con il pubblico? E l’emozione per il debutto?
L’adrenalina è fondamentale, l’applauso è la gratificazione ultima di tanto lavoro! Considera poi che spesso sento anche la responsabilità non solo come attrice ma anche autrice e regista! Mi aiuta un buon carattere poiché sono una persona serena che ama contornarsi di persone altrettanto serene. Il successo dei miei spettacolo è il frutto di tante professionalità ma anche di amicizia e collaborazione. Sono molto riconoscente ai miei compagni di lavoro che sono tutti anche dei cari amici.
Stai già lavorando alla stesura di un altro lavoro?
Sì, in questo momento ho il privilegio di lavorare con Enrico Oldoini, uno dei maggiori sceneggiatori e registi italiani, poi ho 2 regie in primavera e a marzo sono di nuovo in scena con “Ricette d’amore” al teatro Cassia! Che dire? è veramente un buon periodo, non potrei chiedere di più alla vita!
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SMETTI DI PIANGERE PENELOPE...

Adattata e diretta da Massimo Romeo Piparo, “Smetti di piangere Penelope!” è una commedia brillante scritta da Christine Anglio, Juliette Arnaud e Corinne Puget, che parla con umorismo di donne e delle loro piccole inquietudini. In scena al Teatro Ambra Jovinelli dal 27 marzo al 10 aprile, con Tosca D’Aquino, Nicoletta Romanoff e Samuela Sardo, racconta con vivace leggerezza la ricerca dell’amore con la A maiuscola che tre giovani amiche ventenni si affannano a rincorrere e della loro determinazione dopo i trent’anni a voler fare un figlio a tutti i costi, pur non avendo trovato l’ambito uomo dei propri sogni. In scena si confrontano, con i loro modi diversi d’interpretare il rapporto con l’altro sesso, tre tipologie di donne altrettanto diverse tra loro unite da una labile ma longeva amicizia: Penelope, semplice romantica un po’svampita, che curiosamente ha invece una vita sessuale molto attiva e spudorata, Francesca, ribelle ed egoista che fugge dalle certezze della vita come il matrimonio e Anna, l’intraprendente perfettina, che vuole programmare ogni momento della sua vita, perfino il sesso del proprio figlio che deve ancora concepire. Il racconto si articola in due tempi, in cui inizialmente le tre amiche ventenni si dibattono sulle diverse posizioni rispetto all’amore e al rapporto con il proprio uomo,poi incontrandosi di nuovo dopo dieci anni, concentrano il loro interesse sull’importanza di fare un figlio sotto la pressione incessante dell’orologio biologico. Tosca D’Aquino, nei panni dell’indomabile Francesca, gioca sulla scena con la sua vena autentica da condottiera intrepida e lo fa con una grande carica espressiva che travolge senza spaventare troppo il pubblico. Al suo fianco Nicoletta Romanoff e Samuela Sardo che portano sulla scena due personaggi altrettanto autentici che creano un contrasto caratteriale divertente ed efficace, che dà corpo alla storia. Il gioco di luci, le musiche, i fermi immagine, il rallenty e un neonato artefatto che compare simpaticamente su uno schermo a sottolineare i discorsi poco rassicuranti delle tre amiche, sono piccoli espedienti divertenti che alleggeriscono una sceneggiatura ricca di dialoghi divertenti che a volte rischiano di essere un po’ prolissi.


SCUGNIZZI

Dopo vent’anni, lo spettacolo “C’era una volta... scugnizzi”, torna al teatro Sistina di Roma con grande successo. Lo spettacolo, scritto da Claudio Mattone ed Enrico Vaime, esalta letteralmente la platea, che accompagna il musical cantando e battendo le mani a ritmo delle canzoni. I ragazzi della compagnia, benché giovani, hanno trascinato il pubblico dimostrando non solo di avere talento nel canto, ma anche nel ballo e nella recitazione. Tutto inizia con un flashback, un ricordo di vent’anni prima. Sulle quinte si proiettano immagini in bianco e nero di una Napoli lontana dalle scontate cartoline. Una città reale con tutti i suoi problemi. Nel carcere minorile vengono ambientate le prime canzoni, le prime immagini che rappresentano al meglio una gioventù già alle prese con i problemi “degli adulti”. I soldi, le donne e la posizione sociale. Colpisce da subito il linguaggio schietto, diretto. Non si cerca di “patinare” o rendere più dolce la realtà o il gergo della strada, lo si racconta e lo si canta per quello che è. I due ragazzini, i protagonisti della storia, si trovano lì, nel carcere minorile, e quando escono decidono di affrontare il mondo “di fuori” in modo del tutto diverso. Saverio, il personaggio principale, si fa prete, ed inizia a coinvolgere i giovani alla musica, al canto, allontanandoli, per quello che può, dalla strada e dai problemi. L’altro, Raffaele detto ‘O Russo (il rosso), prende invece la strada della malavita. E vent’anni dopo le loro strade si incontrano di nuovo. “Già da giovane tutti nel carcere mi rispettavano, mi temevano” dice ‘O Russo a Saverio, “solo tu no... che brutto carattere!”. Don Saverio toglie i ragazzi dalla strada, i “corrieri” dell’ex amico, facendoli cantare in una casa abbandonata, o meglio, occupata oramai dal sacerdote. Si arrangiano prendendo strumenti qua e là. E sul palco eseguono una delle canzoni più famose del musical. Dalla platea delle voci la cantano insieme ai giovani interpreti. Un assolo di “pentola” suonata come fosse una percussione strappa dei lunghissimi applausi. È una storia che parla di criminalità, di droga, ma anche di speranza. Si parla dei miti dei giovani tra cui la tv. Ma le loro canzoni, dice Don Saverio, non sono fatte per la tv, ma per noi, per imparare un po’ a vivere. Ma come dare questo messaggio? Quale linguaggio usare con dei ragazzi che hanno alle spalle tutto meno che la scontata infanzia? Altro problema che viene affrontato, tra balli e canzoni, è vero, ma che lascia degli interrogativi importanti. Scorci di strade proiettati sulle quinte fanno da cornice a temi come il pregiudizio, la paura verso lo straniero, superata “semplicemente” parlando. E guardandosi in faccia, come dice Don Saverio, e capendo che i napoletani, per “gli altri” fanno colore. E ancora, le morti sul lavoro, ed il mito del “cattivo”, incarnato da ‘O Russo, divenuto boss incontrastato della zona. Tra musiche e scene esilaranti, come l’inizio del secondo atto, un affresco di commedia napoletana che sembra uscito dalla penna di Eduardo Scarpetta, si toccano temi seri e complessi, ma è la chiave stavolta ad essere diversa. Si balla felicemente su canzoni che nei testi raccolgono parole di rabbia e speranza. La realtà, in “C’era una volta... scugnizzi”, la si legge questa volta con un occhio diverso, lontano dal “piangerci addosso”, come dice Don Saverio. E chissà, forse solo così, cambiando prospettiva al tutto, i tanti problemi affrontati possono essere combattuti dalle nuove generazioni


RICETTE D'AMORE CON CINZIA BERNI

Quattro donne, ognuna con un carattere e un vissuto diversi, si ritrovano insieme ai fornelli. Silvia (Cinzia Berni), fantastica padrona di casa, invita le sue amiche del corso “A tavola con lo chef” a preparare insieme il menu per l’esame finale del corso. La prima ad arrivare è Giulia (Cristiana Lionello), poi arrivano Susanna (Marta Zoffoli) e Irene (Chiara Salerno). Dopo un bel brindisi, tra le uova da sbattere e la maionese da fare, le quattro donne si raccontano la loro vita e iniziano a parlare delle loro esperienze, di uomini e di sesso: Silvia ha abbandonato la vita felice con il marito per una sbandata con un bagnino, finita non come la donna aveva sperato; Giulia è sposata ma passa da un’amante all’altro, litigando continuamente con una figlia adolescente che non fa che passare il suo tempo sul divano; Susanna, che sembra essere la più “scafata” del gruppo, appare come una ragazza un po’ semplice, venuta dalla provincia con l’idea di sposare un uomo che la renderà felice ma che le fa fare corsi di dizione per migliorare il suo accento “un po’ burino” e che vuole che impari a cucinare; infine c’è Irene, la più posata del gruppo, madre di due gemelli e apparentemente felicemente sposata con un politico, anche se tremendamente annoiata dalla vita poiché passa le ore a fare terribili corsi di ceramica, cucina, golf e gioca a burraco online. Tra una risata e uno scherzo di Giulia, improvvisamente va via la corrente e, mentre Silvia tenta di riattivare il generatore, piomba nell’armonia delle quattro donne un ragazzo, bello e soprattutto seminudo, coperto solo da un asciugamano, rimasto purtroppo fuori dalla porta: è Luca (Paolo Persi), fratello del medico del piano di sotto. Le quattro donne lo fagocitano, facendo di tutto per non farlo andar via e, all’unisono, scatta una sorta di rivalità per chi potrebbe essere la preferita del bel Luca, mentre ognuna cerca di primeggiare sull’altra. Passa del tempo e Silvia, Susanna, Giulia e Irene ci ritrovano di nuovo da Silvia per scambiarsi gli auguri di Natale. Ognuna di loro è molto cambiata dall’ultimo incontro: Silvia ha un nuovo amante che la rende felice e più giovane; Giulia ha finalmente fatto pace con la figlia e ha ritrovato il buon umore grazie ad un uomo meraviglioso; Susanna non vuole più sposarsi con un uomo che non ama perché ha finalmente trovato il vero uomo della sua vita che sembra renderla felice e Irene ha avuto un cambiamento repentino: da donna austera improvvisamente appare ringiovanita di 10 anni: si presenta dalla amiche in minigonna, cappellino e giacchetto di lurex rosa, completamente cambiata e stravolta da un nuovo amore che le ha cambiato la vita…. Che delusione, però, per le quattro donne quando confrontandosi tra loro scoprono che tutte quante hanno condiviso e perso la testa per lo stesso uomo, che altri non è che Luca. Dopo la rabbia, scatta la vendetta e la solidarietà femminile; così le amiche decidono di preparare una particolare “ricetta d’amore” per il povero Luca…
Una commedia brillante e sicuramente molto riuscita, scritta da Cinzia Berni che finalmente racconta una bella storia di donne, dove la bravura di tutte e quattro è la vera protagonista, ognuna a proprio agio nel suo ruolo, ben costruito e cucito addosso dalla penna della Berni. La commedia scorre via in un lampo, senza sosta e senza noia con ritmi frenetici e serrati, coinvolgendoci nei racconti delle protagoniste, facendoci ridere di vero gusto sugli scherzi e sul sarcasmo di Giulia-Cristiana Lionello, vera mattatrice dello spettacolo, ironica sulla vita e su se stessa. Si sorride volentieri anche sulla semplicità di Susanna-Marta Zoffoli, anche lei bravissima e simpaticissima nei panni della burina ternana, che riesce a divertire con la sua infinita schiettezza e leggerezza. Un ottimo gruppo, che dimostra una grande padronanza sia del proprio ruolo che del palco, in una scenografia colorata e ricca in cui ci immergiamo come fosse casa nostra. Si parla di amore e di donne in modo semplice e spontaneo, mai volgare o lezioso ma fresco e frivolo, in uno spettacolo che porta il pubblico a sorridere e a trascorrere davvero una piacevole serata, quasi tra amiche!


PIERINO E IL LUPO

Raccontare una favola ai bambini sembra una cosa molto facile, ma interpretarla è una cosa molto più difficile. E se la favola in questione è “Pierino e il Lupo”, la cosa si complica ancora di più, poiché questa è una favola “musicale”, ossia una favola che viene raccontata insieme alla Musica. Nel 1936 Il Teatro Centrale dei Bambini di Mosca, infatti, commissionò al compositore Prokofiev la stesura di un’opera musicale per i più piccoli che aveva lo scopo di avvicinarli alla musica. Il compositore, incuriosito e divertito, pare che la consegnò in soli 4 giorni. Al Teatro Vascello, in replica ancora il 5 e 6 marzo, ad incuriosire i bambini e a condurli in questa avventura musicale è l’attore e poliedrico artista Sergio Bini in arte Bustric che, con la sua mimica e con il suo fare goliardico, davvero un personaggio molto azzeccato per la parte, cerca di mantenere viva l’attenzione dei più piccoli per circa un’ora, dando vita a questa favola caratterizzata da personaggi che prendono vita con la voce di alcuni strumenti musicali: ogni personaggio della storia è rappresentato da uno di questi strumenti, che intervengono nella vicenda con un motivo caratteristico. Ecco l’Uccellino rappresentato dal flauto, l’Anatra è l’oboe, il Gatto è il clarinetto, il Nonno il fagotto, il Lupo i tre corni, i Cacciatori sono flauto, oboe, clarinetto, fagotto (legni), lo sparo dei fucili i timpani e Pierino gli archi e tutta l’orchestra. Così il nostro attore, sul sottofondo di una dolcissima musica, accompagnato da dei giovanissimi musicisti, porta il suo baby pubblico (e perché no, anche i loro genitori, che assistono estasiati dalla bravura di questo attore), tra giochi di prestigio divertenti, smorfie e trasformismo, ad assistere alla storia di Pierino, bambino coraggioso, che gioca nel bosco con un uccellino, un gatto e un’anatra. Decide un giorno di dare la caccia al lupo ma il nonno, brontolone proprio come un fagotto, lo impedisce, chiudendo il cancello per non far uscire il nipote; il gatto, però scappa e Pierino gli va dietro. Ma all’improvviso arriva il lupo e, poiché Pierino e il gatto si rifugiano sull’albero, decide di mangiare la povera anatra. Allora impavidamente Pierino, approfittando dell’uccellino che ruota intorno al lupo per distrarlo, afferra una corda e lo lega con la coda attorno ad un albero. Tra uno sparo di fucile e l’altro arrivano i cacciatori che prendono il lupo e liberano l’anatra ancora viva nella pancia del mal capitato lupo. Così tutti insieme, con una bella marcetta finale trionfante e baldanzosa, tornano verso casa. I bambini ridono divertiti, assistono alle acrobazie di Bustric che prende spunto anche dal pianto di un bambino per far ridere gli altri e sdrammatizzare la situazione, la musica corre via e piccini e meno piccini tornano a casa con il sorriso regalato da uno spettacolo decisamente fuori dalle righe