martedì 26 giugno 2012

Francesca Nunzi in scena al Teatro Manhattan

L’anteprima dello spettacolo “Volevo fare la mignotta”, seguita da PHOTARTS.

© foto di Fabio Gatto
NunziUna musica, un misto tra inquietudine e serenità mi prende allo stomaco, il motivetto è ingannevole. Non so esattamente cosa mi aspetta. "Volevo fare la mignotta", questo il titolo, abbastanza eloquente, dello spettacolo a cui sto per assistere; Francesca Nunzi l'attrice, che ne ha curato i testi insieme al giovane Bernardino Iacovone, non so altro. Nessuno ne sa niente, eppure la sala è piena.
La donna, la figura femminile intorno alla quale gira un mondo, ecco il punto principale, le sue possibilità e le sue aspettative. Soldi, amore, potere. Una donna può tutto se sa giocare bene le sue carte. O almeno così dicono. Eppure per certe cose ci vuole una predisposizione naturale. Un'alta consapevolezza di se, e la capacità di mettersi in mostra, ecco gli elementi principali, senza tralasciarne però il lato ludico. Divertirsi nel mostrarsi, in fondo lo fanno tante donne.
La "mignotta", il mestiere più antico del mondo, perché? Che sia una decisione consapevole o meno, la scelta di darsi sembra quella vincente, lo era un tempo e forse lo è ancor oggi.
Un tema attuale, fortemente sentito che riempie la sala e che la diverte. Lo spettacolo può sollecitare numerose considerazioni, pensieri e riflessioni, e lo fa nel modo giusto, non forzato. Si ride e si ride tanto, anche li dove a volte dovrebbe uscire un sorriso amaro, un velo di tristezza; eppure la bravura di Francesca Nunzi fa sembrare tutto una bella storia, una commedia. Lei aveva tutto, eppure non le bastava. Una professione di rilievo, una rispettosa posizione sociale, un sostanzioso conto corrente e un loft nel quartiere della Roma Bene, eppure Francesca "Voleva fare la mignotta" .
Un titolo forte, come pochi, un' affermazione che non lascia dubbi o spazio all'interpretazione. Le musiche, di Jacopo Fiastri, in scena con la protagonista, fanno da sottofondo al racconto; una musica partecipativa, motivi diversi da cui la stessa attrice si fa prendere.
Molti applausi, che più volte interrompono la brava protagonista; una necessaria dimostrazione di approvazione, per dimostrare che chi paga il biglietto, chi sceglie il teatro in un momento di crisi economica, viene ripagato. E se la crisi dovesse farsi sentire troppo..?! Be’ in fondo quello della “mignotta” è un lavoro che non conosce ristrettezze…

ANNE GEDDES

ANNE GEDDES ... dalla parte dei bambini
Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251298954.jpg


Anne Geddes è nata e cresciuta nel 1956 nel Queensland, in Australia. Inizia a fotografare verso i 25 anni e si orienta verso i bambini trovando che l'impostazione all'epoca corrente fosse rigida, convenzionale e non rendesse giustizia alla spontaneità dei soggetti.
Anne è sposata con Kel Geddes e insieme gestiscono la Geddes Group Holdings Ltd. In particolare Kel, forte di oltre 30 anni di esperienza nell'ambito televisivo, si è rivelato decisivo per le sue capacità manageriali, lasciando l'artista libera di continuare a occuparsi di fotografare.
Vivono tra l'Australia e la Nuova Zelanda e hanno due figlie.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299002.jpg

Le sue opere più famose sono essenzialmente ricche di colori pastello e luci soffuse. Tuttavia Anne Geddes ha sempre scattato anche in bianco e nero, una tecnica che ama particolarmente perché comunica semplicità, forza ed emozionalità del soggetto scelto.
Il contenuto emotivo dell'immagine é, secondo Anne Geddes, sempre prioritario rispetto alla scelta tra colore o bianco e nero: è l'elemento fondante dello scatto. La scelta del soggetto é, per Anne, anche fortemente influenzata dall'andamento del mercato e della percezione della gente comune rispetto a certi temi. In tal senso la Geddes si tiene costantemente documentata leggendo fino a 50 riviste al mese.

Anne prepara il set con grande cura e con attenzioni che posso richiedere settimane se non qualche mese per ottenere lo scatto definitivo. È fondamentale che ogni aspetto tecnico sia stato analizzato e risolto ampiamente prima che il piccolo modello o modella arrivi sul set. La disposizione delle luci, ad esempio, viene provata e riprovata con l'aiuto di bambolotti di formato reale. A fronte di una preparazione tanto accurata, il tempo dedicato agli scatti veri e propri è di pochi minuti.
Ancora adesso Anne Geddes scatta in pellicola e non in digitale.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299065.jpg

Gli scatti ricorrono molto raramente al fotoritocco ed Anne si avvale di numerosi stilisti e artigiani che creano appositamente tutto quanto il set richiede, sia come costumi sia come elementi a corollario. Data la delicatezza dei soggetti, particolare attenzione è dedicata alla loro sicurezza: i bambini sono spesso saldamente assicurati con cinture (come nel famoso scatto del bimbo con il costume da ape) e controllati a vista dal personale pronto ad intervenire poco fuori dall'inquadratura.
Nei primi anni della sua carriera Anne trovò che i bambini rendessero difficile programmare con tanta accuratezza lo scatto dal momento che sono, com'é naturale aspettarsi, imprevedibili.

Anne é, inoltre, autrice di diversi libri (Pure, Miracle, Cherished Thoughts With Love), di cui due sono diventati bestseller tradotti in 23 lingue: Down in the garden e Until Now.
Il suo ingresso come membro del NZIPP (New Zeland Institute Of Professional Photographers) le è valso una serie crescente di riconoscimenti del pubblico e della critica, ma i successi conseguiti non si limitano al NZIPP, infatti all' AGFA Photokina del 1992, ha vinto le sezioni "Open" e "People".
Nel Maggio del 1997, Anne è diventata membro ufficiale a vita del PPA (Professional Photographers of America).
Le sue immagini sono state pubblicate in molte riviste internazionali, come Time and Life Magazine, People ,Photo District News, Buzz, e PPA Magazine, ed è stata ospite di molte riviste europee e del sud-est asiatico.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299112.jpg

La fotografia continua ad essere la sfida maggiore della sua vita ed il suo impegno maggiore è quello di far accettare la fotografia di bambini come una forma d'arte al pari delle altre specializzazioni fotografiche.

Nel 1992, quando venne pubblicato il suo primo calendario, destinò una parte del ricavato alla lotta contro l'abuso di minori.
Con il passare degli anni, infine, fondò una ONG: il Geddes Philanthropic Trust. L'associazione si propone di prevenire e combattere la violenza sui minori in Australia, Nuova Zelanda, US e UK.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299342.jpg

Fonte : Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Lasciamo la parola all’artista con uno stralcio della sua intervista tratta da: photofinish.blogosfere.it

Cosa l'ha spinta a diventare una fotografa?
Da piccola ho sempre avuto il presentimento che il futuro mi avrebbe riservato qualcosa di speciale. Sono cresciuta negli anni ‘50 e ‘60 leggendo giornali come il National Geographic e Life e apprezzandone i contenuti fotografici. Quando avevo 18 anni andai in Nuova Zelanda per la prima volta e cominciai a scattare centinaia di fotocercando di osservare ed apprezzare le diverse sfumature della luce naturale. La mia passione per la fotografia da quel momento ha cominciato a crescere lentamente.Qualche tempo dopo mi sono sposata e finalmente, intorno ai venticinque anni, ho avuto il coraggio di trasformare la mia passione in un lavoro e ho cominciato a fare ritratti ai più piccoli: il mio scopo principale in quel momento era di catturare non l'immagine del singolo bebè ma la sua essenza.

Perché i bambini?
Adoro letteralmente i bambini! Per me i piccoli rappresentano la speranza. Sono così incredibilmente belli e come artista li trovo una fonte inesauribile di ispirazione. Sono loro i veri cittadini del mondo, senza nessuna traccia di preconcetti, odi razziali, rivalità politiche o intolleranze religiose. Dal primo momento che ho impugnato in modo professionale la macchina fotografica non ho desiderato fotografare altro! All'inizio della mia carriera la gente pensava che fotografassi bebè solo perché ero una donna. Altri fotografi mi dicevano che i bimbi non erano un soggetto artistico. Personalmente non riesco a pensare ad un soggetto più importante, gratificante e significativo!

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299304.jpg

Cosa serve per rendere una semplice fotografia "arte"?
Secondo me una fotografia rappresenta una forma d'arte quando stimola chi la guarda a vedere il mondo in modo diverso, da un altro punto di vista. L'essenza di un bel ritratto per me è rappresentata dalla magia e dalla energia che ogni bambino riesce a trasmettere.

Cosa pensa che le sue immagini rappresentino per gli altri?
Molta gente mi dice che ogni mattina visita il mio sito per cominciare in modo positivo la giornata, e questo dimostra l'energia che c'è dietro i miei piccoli soggetti. Le nostre vite sono frenetiche e piene di lavoro e molti, me compresa, hanno il bisogno di trovare ogni tanto un momento di calma, equilibrio e relax. Spero che i bebè delle mie immagini riescano a portare un messaggio di speranza e positività per il futuro. I bambini parlano un linguaggio universale: in ogni parte del mondo il legame tra un neonato e la sua mamma ha la stessa identica forza!
Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299387.jpg


Nella sua vita professionale c'è un momento o un traguardo che l'ha resa fiera di quello che stava facendo?
Sono fiera del fatto che attraverso gli anni, dalla pubblicazione del mio primo calendario nel 1992, sono stata capace di contribuire ad attirare l'attenzione sui problemi dell'infanzia come l'abuso sui minori o l'abbandono. Mio marito, Kel, ed io attraverso il Geddes Philanthropic Trust, ci occupiamo attivamente dei problemi dell'infanzia nel mondo e seguiamo e sosteniamo diversi progetti di solidarietà. Tutto questo fa sentire me e mio marito capaci di fare qualcosa di concreto dove l'infanzia ha più bisogno.

Attraverso quale criterio sceglie i bebè da fotografare?
Ho lavorato per molti anni nel mio studio di Auckland, in Nuova Zelanda. Spesso i genitori stessi dei bimbi mi spedivano le fotografie dei loro figli e così non ho mai usato le agenzie specializzate in baby-modelli. Ho molti contatti con club di gemelli, associazioni specializzate in nascite multiple e con le famiglie numerose del mio paese. Mi capita spesso anche di ricevere telefonate di genitori direttamente dai reparti maternità degli ospedali... Una volta un papà mi ha telefonato tutto orgoglioso per propormi il suo piccolo come modello solo un ora dopo la nascita!
Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299431.jpg


Com'è il suo studio durante una sessione di scatti?
Molte persone mi dicono che si immaginano l'atmosfera del mio studio caotica e rumorosa, ma non è così! Di solito è tutto calmo e silenzioso in particolare quando fotografo i neonati. In sottofondo amo mettere musica classica quando lavoro, in particolare Mozart, perché lo trovo rilassante. Il mio studio ha anche una stanza solo per le mamme, completamente attrezzata, dove le signore possono rilassarsi e chiacchierare. Di solito prima di scattare spiego ad ogni mamma l'immagine che voglio realizzare ed insieme cominciamo a vestire con molta calma e dolcezza il bebè. Lo studio è aperto ai genitori che così possono seguire i loro piccoli durante tutta le sessioni di scatti. Lavoro con un team di persone di cui mi fido ciecamente e che conosco da anni, tutti specializzati nel trattare con i bambini di ogni età ed ai quali ho dato delle rigide regole da seguire. Io ed il mio team siamo coscienti della grande responsabilità che si deve avere lavorando con dei bambini così piccoli!

Come riesce a far dormire i bambini così profondamente?
Mi piacerebbe dire che ho un metodo infallibile e speciale per aiutare i bebè a dormire... ma non è così! I bambini che nelle mie immagini dormono sono tutti neonati che si addormentano con facilità quando hanno mangiato e sono in una situazione di totale relax. Una madre rilassata generalmente significa un bebè rilassato, così cerchiamo di fare di tutto per far star bene le mamme. Nello studio ci sono sedie a dondolo, una di queste è fotografata nelle prime pagine del libro. Di solito scatto di mattina perché ho notato che i bambini sono più "disponibili" nella prima parte della giornata.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299462.jpg

Questa è l'era della rivoluzione digitale in fotografia: come è cambiato il suo lavoro?
Essenzialmente non è cambiato nulla. Una bella immagine parla da sola sia se è stata scattata in pellicola che in digitale. Uso la macchina digitale solo per le mie fotografie personali, specie quando viaggio così non devo preoccuparmi che le pellicole si rovinino a causa dei metal detector negli aeroporti.

Immagine Allegata - monthly_08_2009/post-5376-1251299525.jpg

Tutte le immagini sono soggette a copyright

ROBERT DOISNEAU

Essenza del reportage

Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529290.jpg

«Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere.
Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.» (Robert Doisneau) Maestro della fotografia, Doisneau è il rappresentante più famoso della cosiddetta "fotografia umanista", ossia quel tipo di sensibilità visiva che pone l'accento sulla condizione disagiata dell'uomo nella società. Nasce il 14 aprile del 1912 a Gentilly, un sobborgo di Parigi che segnerà profondamente la sua estetica e il suo modo di guardare le cose. Diplomatosi incisore litografo alla scuola di Estienne decide di abbandonare quella strada per gettarsi nella realtà viva e cruda delle periferie, dimensione che all'epoca nessuno considerava. Sceglie poi di utilizzare un mezzo d'espressione al tempo ancora guardato con un certo sospetto: la fotografia.
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529440.jpg


Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529459.jpg


Di fronte ad un quadro simile, in cui nella cultura ufficiale dominava l'ostilità e l'incomprensione per questo genere di produzione artistica, Doisneau tira diritto, spinto dalla sua voglia di guardare le cose da un punto di vista non convenzionale e profondamente convinto del valore documentale e artistico dello scatto. Negli anni trenta sceglie dunque definitivamente che quella sarà la sua strada. Lo sforzo maggiore è quello di donare dignità e valore alla fotografia, cercando di svincolarla da una considerazione meramente "professionale", occupandosi in primo luogo di soggetti che non interessavano a nessuno e che non avevano nessun valore commerciale. I suoi committenti di allora, infatti, si chiamavano Renault, Vogue, ecc. ma sono ben presto abbandonati in favore dell'Agenzia Rapho. La collaborazione con l'agenzia comincia nel 1946 e durerà tutta la vita, per quasi cinquant'anni, fino alla fine della sua vita.
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529477.jpg


Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529533.jpg

Soggetto privilegiato del fotografo: Parigi. Produce una serie di scatti innovativi, geniali e dominati da una forte carica umana: sono le immagini che lo hanno reso celebre. Quello che colpisce i fruitori e gli operatori del settore è che non si tratta di una Parigi convenzionale, quella che domina negli ambienti della pubblicità, della moda, dei giornali o del cinema ma è una Parigi di piccola gente, di arie di fisarmonica, di grandi e bambini, i cui sguardi trasudano umanità e tenerezza. Tra le produzioni di questo periodo si possono citare le celebri "Banlieues" tra le quali spicca la storica "Banlieue la nuit" del 1947, a quelle dedicate ai bambini: "Le dent" (1956), "Les Frères" (1934), "Les petits enfants au lait" (1932).
La sua opera più famosa è sicuramente "Le Baiser de l'Hôtel de Ville", dove due ragazzi si baciano appassionatamente noncuranti della folla. essa è, tuttavia, anche la più criticata poichè, per ammissione tardiva dello stesso artista, non fu frutto della fortuna del momento bensì concordata con gli stessi ragazzi. Questo non gli ha impedito però di essere battuta all'asta nel 2005 per la cifra astronomica di 155.000 euro.
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529409.jpg


Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529544.jpg

Inoltre, il suo modo di lavorare poco convenzionale e fuori dagli schemi della "professionalità" generalmente accettata, si dimostra anche nel suo stile. La sua carica interiore possiamo capirla ascoltando direttamente le sue parole: "un fotografo animato dal solo bisogno di registrare quello che lo circonda non aspira a ottenere risultati economici e non si pone i limiti di tempo che ogni produzione professionale comporta". Per lui la fotografia è prima di tutto un bisogno privato, un "desiderio di registrare", il soddisfacimento di una necessità che toglie al suo lavoro ogni elemento di calcolo e ogni ricerca di perfezionismo sterile. Le foto circolano prima tra le persone a lui vicine e vengono utilizzate dagli amici qualora ne abbiano bisogno.
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529675.jpg


Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529684.jpg

Parlando ancora del suo lavoro e dell'impulso che lo spinge a creare, in un'intervista si legge: "Vi spiego come mi prende la voglia di fare una fotografia. Spesso è la continuazione di un sogno. Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo l'entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. Non credo che si possa "vedere" intensamente più di due ore al giorno".
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529694.jpg


Il tempo, il suo dilatarsi e compenetrarsi con il suo essere fotografo è forse insieme all'istinto, una delle note dominanti del suo lavoro. L'artista preferiva essere definito poeticamente come un "pescatore di immagini" e sentiva la necessità di immergersi completamente nella realtà. Come in un suo tragico scatto, stavolta malriuscito, il grande fotografo scompare ultraottantenne nel 1994, avendo coronato il suo sogno, insieme ad altri eminenti colleghi, di dare un valore e una dignità alla fotografia che prima non aveva.
Immagine Allegata - monthly_08_2011/post-5376-1312529704.jpg


da: Biografie on line
foto dalla rete, le immagini sono soggette a copyright

mercoledì 14 marzo 2012

Lo sapevate che … a Palazzo Pamphilj

Tutti i miei lettori conoscono Palazzo Pamphilj a piazza Navona, il bello anche se non eccezionale palazzo costruito nel 1630 da Girolamo Rainaldi per Giovanni Battista Pamphilj, il futuro Innocenzo X. In questo palazzo operò, anche se in misura ridotta, Francesco Borromini. Egli si occupò della copertura del salone centrale e costruì la lunga galleria (33 m.) che attraversa il palazzo da piazza Navona a via dell’Anima e che fu poi affrescata da Pietro da Cortona con Le storie di Enea.

E proprio nella galleria Borromini commise un’irregolarità. Osservando bene i due grandi stemmi alati posti sopra le serliane all’estremità della galleria notiamo che i congegni delle chiavi pontificie guardano eccezionalmente verso il cielo. Le chiavi pontificie, che hanno sempre i congegni che guardano verso terra, simboleggiano il potere spirituale di legare e di sciogliere, di aprire e di chiudere il cielo e di governare la Chiesa universale conferito a San Pietro da Gesù Cristo. Allora perché Borromini pone i congegni rivolti al cielo? Questa irregolarità “eretica” fu voluta o casuale? Quasi sicuramente fu voluta ed è una critica rivolta da Borromini ai papi per il modo in cui gestivano la chiesa e i congegni che guardano verso il cielo vogliono indicare che il potere deve ritornare a Gesù Cristo.

giovedì 9 febbraio 2012

Lo sapevate che … Un giardino a Fontana di Trevi

Quando ci troviamo di fronte alla Fontana di Trevi, distratti dal lancio della monetina o dalla foto ricordo e sommersi dall’’imponenza della fontana, non cerchiamo di scoprire i piccoli dettagli ma ci accontentiamo di una visione d’insieme. Vi siete mai accorti, infatti, della ricca vegetazione scolpita sulle sue rocce dai maestri scalpellini Giuseppe Poddi e Francesco Pincellotti? No? E allora è il momento di visitare questo vero e proprio giardino! Iniziamo dal lato sinistro, verso via dei Crociferi, e subito ci appare un Cappero pieno di fiori e frutti e poi un Tasso Barbato e poi, presso il cavallo agitato che simboleggia il mare in tempesta, un Fico d’India pieno di frutti. Ma non è finita. Ai piedi dell’Oceano fanno bella mostra l’Acanto e la Calta mentre sulla roccia accanto al cavallo mansueto, simboleggiante il mare calmo, è sdraiata la Vite. Portiamoci ora verso via della Stamperia e troviamo una Quercia che esce dalla roccia appoggiata alla parete del palazzo e sotto l’Asso di Coppe un bel Fico che mostra le sue foglie tri-pentalobate.


sabato 21 gennaio 2012

Lo sapevate che … Errori e falsi storici a San Pietro

La tomba di Innocenzo VIII, in bronzo parzialmente dorato opera del Pollaiolo, che si può ammirare nella navata sinistra, vanta un singolare primato: le due lapidi presentano un errore e un falso storico.
La prima, posta sotto la stata in trono del papa, ci dice che il pontefice “vixit”, cioè visse, otto anni, dieci mesi e venticinque giorni, che è il periodo del suo regno, ossia il periodo in cui “regnavit”, cioè regnò.
La seconda epigrafe, in basso, risale al 1621 quando il monumento fu trasferito qui dall’antica basilica e fu commissionata da un pronipote del papa che volle esaltare e glorificare troppo il suo illustre antenato e incorse in un macroscopico errore.
Nella terza riga si legge infatti: “NOVI ORBIS SUO AEVO INVENTI GLORIA” che si può liberamente tradurre con “ebbe la gloria della scoperta del nuovo mondo durante la sua epoca”. E questo è un falso. Il papa morì il 25 luglio 1492 e Cristoforo Colombo salpò da Palos il 3 agosto 1492 e come sappiamo la data della scoperta del nuovo mondo è il 12 ottobre 1492.

giovedì 19 gennaio 2012

Lo sapevate che … Gli orologi di San Pietro

Avete mai fatto caso all’ora segnata dai due orologi che si trovano sulla facciata di San Pietro? Vedrete che segnano due ore diverse pur indicando la stessa ora del giorno! Il mistero si spiega facilmente. L’orologio a sinistra, detto Oltremontano, indica l’ora reale, quella basata sul fuso orario, mentre quello di destra, detto Italiano, indica l’ora italica solare con inizio del conteggio al tramonto d’ogni giorno e il compimento della ventiquattresima ora al tramonto successivo; inoltre, altra differenza, quello di sinistra ha le due classiche lancette delle ore e dei minuti mentre quello di destra ha un’unica lancetta. A questo punto per capirne di più è necessario spiegare l’ora italica.
Le 24 ore della giornata sono divise in due parti di dodici ore ciascuna, il giorno, dalle 6,00 alle 18,00, e la notte dalle 18,00 alle 6,00. A loro volta le ore del giorno sono divise in quattro parti di tre ore ciascuna e precisamente la Terza, che corrisponde all’incirca alle 9,00, la Sesta (circa le 12,00), la Nona (circa le15,00) e la Dodicesima (circa le 18,00). Ciò detto appare chiaro che i due orologi indicano la stessa ora: alle 11,10 dell’orologio di sinistra corrisponde l’ora Quinta (più o meno le 11,00) di quello di destra.