giovedì 13 settembre 2012

ANTEPRIME CINEMA

BAD 25, Spike lee racconta la leggenda al Festival di Venezia 2012 per Photarts
 
Alle cose che non sappiamo spiegare, diamo spesso il nome “miracolo”. Le cose che sembra impossibile siano accadute davvero, diventano spesso “leggende”. Attorno a pochi uomini si è creata la leggenda; attorno a pochissimi si è diffusa l'aurea del “superuomo”.
Michael Jackson era fra questi. Assieme all'uomo, il dio: non c'è nessuno che più di lui abbia raccolto attorno a sé la religiosa ammirazione di così tanta parte di umanità. Attorno a Jackson il culto, l'idolo, il limite dichiarato impossibile da superare. Non stupiscono dunque le ombre. Come in ogni religione l'integralismo è il passo falso che supera quel confine sottile fra devozione e sconvolgimento del verbo, tanto da ritrovarsi improvvisamente avvolti nelle tenebre peggiori anziché la luce, così su Michael sono andati sfumando i confini tra finzione e realtà. Un'umanità infine persa dietro l'esigenza di protezione, l'ossessione per la perfezione e la paura che l'ultima goccia d'intimità fosse risucchiata in quel vortice di attenzioni che l'uomo solo -non il dio- non poteva certo reggere senza deteriorarsi poco a poco da dentro.
Così, quando la Sony Records propone a Spike Lee (guarda caso, un altro che viaggia al confine con l'immortalità) di celebrare i 25 anni di “Bad”, l'album della “prova del nove”, dove Michael avrebbe dovuto confermare di essere il migliore riconfermando il suo talento dopo un diamante come “Thriller”, è chiaro che questa sarebbe stato probabilmente la migliore occasione per raccontare Jackson. Se c'era un atto di amore che l'amico e ammiratore (da sempre, dai Jackson Five) poteva mettere in atto, era certamente quello di trascurare la parte “umana” di Michael Jackson e lasciare che il “chi era” venisse narrato semplicemente attraverso le sue opere, il vero specchio dell'anima della leggenda. Così Spike Lee presenta alla 69esima edizione del Festival di Venezia un travolgente film-documentario, che sfida all'impassibilità, sfida a rimanere inermi sotto l'uragano che solo Michael Jackson era in grado di scatenare, avvolto da quell'energia che lo possedeva quando saliva sul palco, cancellando di colpo tutto il sudore, il dolore, la pressione che esercitava continuamente su sé stesso, in quell'estenuante ricerca della perfezione a tutti i costi. Non si accenna neanche ad un Michael Jackson privato (in fondo, è mai stato intimamente protetta la sua esistenza?  Ha mai davvero vissuto una dimensione privata?). Tutto è dichiarato, intensamente testimoniato, dal suo lavoro: i dietro le quinte, le collaborazioni, le realizzazioni di quei “micro film” che hanno contribuito a farne il re indiscusso del pop; le testimonianze di chi ha lavorato con lui, chi ne ha condiviso la fatica e il successo; di tanti amici e collaboratori: da Mariah Carey a Quincy Jones, da Sheryl Crow a Martin Scorsese.
“Bad 25” è molto più di quanto non possa essere descritto a parole, come Michael Jackson d'altronde.
 
 
 

ANTEPRIMA CINEMA

THE MASTER, dal Festival del Cinema di venezia per Photarts
 
Paul Thomas Anderson è senza dubbio uno dei più importanti produttori cinematografici degli ultimi anni. Uno di quei registi che non ha mai sbagliato un colpo (ricordate “Boogie Night”? O “Magnolia”?) con uno stile riconoscibile che la critica ha sempre apprezzato. Per questo se gli applausi non sono fragorosi o in sala qualcuno sbadiglia più del solito subito si parla di fallimento, di colpo mancato, della “decadenza di uno dei registi americani più importanti degli ultimi tempi”. Nulla di tutto questo.
Certo, “The Master” non è sicuramente il film epico di Anderson, ma non si può dire che il pubblico e la critica non siano stati conquistati. Non come altri lavori del regista, si deduce, ma comunque già si parla di Leone d’Oro e di Coppa Volpi per la migliore interpretazione.
I protagonisti del film, presentato alla 69esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, sono Philip Seymour Hoffman (attore amato da Anderson e presente spesso nei suoi film) e Joaquin Phoenix.
Siamo nell’America degli anni ’50, Freddie Quell (Phoenix) è un reduce di guerra che cerca di reinserirsi nella società, cosa non facile dato il carattere ribelle, che tra problematiche varie incontra un carismatico leader di una setta religiosa (Hoffman) con il quale vivrà un rapporto viscerale e del quale diventerà allievo. Molti i rumors nati, in primis il legame, secondo alcuni, con “Scientology” (associazione religiosa, filosofia religiosa o setta, che dir si voglia, fondata da L. Ron Hubbard nel 1954) anche se il regista ha detto chiaramente che il suo scopo principale, come in molti dei suoi lavori, è stato quello di raccontare il forte e passionale rapporto tra due persone, che nella seconda parte del film sfocia in un erotismo sottile che rende ancor più l’idea.
Un film che per molti rimane ancora da inquadrare, come anche uno degli attori che ne fa parte: Joaquin Phoenix, il quale durante la conferenza stampa ha fatto parlare di sé e di sicuro non in maniera positiva. Hanno fatto discutere, infatti, i suoi modi poco eleganti, la faccia visibilmente annoiata, le sigarette fumate nonostante il divieto e l’abbandono molteplici volte della conferenza; senza dimenticare i commenti legati al film: “Non penso che Paul mi abbia dato libertà, non so da dove provengano le nevrosi dei personaggi e neppure me ne importa”. Che Joaquin non si sia trovato bene sul set? Probabilmente non lo si potrà mai sapere, ma per avere una visione completa ed oggettiva del film, in Italia, dobbiamo aspettare l’11 gennaio, quando “The Master” uscirà nelle nostre sale distribuito da Lucky Red.
 

ANTEPRIMA CINEMA

THE ICEMAN, dal festival del Cinema di Venezia per Photarts
 
Una storia vera, un killer, centinaia di morti e ghiaccio, quello dell’animo.
“The Iceman” era tra i film più attesi di questa 69esima edizione della Mostra di Arte cinematografica, e non ha deluso le aspettative.
Un cast stellare, che si compone di attori del calibro di Michael Shannon, Winona Ryder, Ray Liotta e James Franco, per una storia vera capace di gelare le vene. Ariel Vromen ne è il regista, che dopo due film di non eccezionale successo (“RX” e “Danika”), afferma così la sua bravura.
L’inizio del film lo fa sembrare la classica storia d’amore: c’è un lui, una lei, si incontrano e si piacciono. Due ragazzi normali dove gli atteggiamenti non sempre corrispondono ai sentimenti. Lui sembra distaccato, pur non avendo occhi per lei, che dal suo canto, pur ricambiando, si mostra schiva.
Richard e Deborah però si amano, si sposano e hanno due figlie. Eppure lo sguardo di Richard Kuklinski, non mente.
C’è qualcosa di distaccato, di “freddo”, un dolore che lacera la sua anima, che non gli da pace e che ben presto prenderà il sopravvento. Un desiderio di vendetta, che decide di assecondare quando viene assoldato da da Roy DeMeo, capo di una piccola ma pericolosa famiglia mafiosa, come sicario.
Richard Kuklinski uccide, ecco cosa fa. Lo stesso distacco che c’era all’inizio della sua storia d’amore, nel mostrare i suoi sentimenti, lo ritroviamo nei suoi omicidi. Uccide senza pietà. Una doppia vita ben delineata che fa emergere tutto il suo conflitto interiore. Da un lato amorevole, affettuoso e premuroso con la moglie Deborah e le figlie, dall’altra assassino.
E’ un’ambivalenza struggente che viene marcata sempre più durante il film.
La figura della famiglia diventa così la lettura per una via di fuga. Richard sogna una casa lontana da li, come sua moglie. Condividono il sogno di una vita nuova, dove per lui, il cambiamento è il cambiamento dell’anima.
Eppure nella storia prevale la biografia, la storia è reale e si “piega” alla cronaca. Nessun pentimento, nessuna redenzione. Solo dolore.
“The Iceman” è un film crudo, violento, forte nelle immagini e nelle intenzioni. Colpisce il dramma psicologico che inevitabilmente si cela dietro le grandi tragedie, e coinvolge.
A renderlo un ottimo film, la partecipazione di attori straordinari.
Michael Shannon è un magistrale Richard Kuklinski, spietato, glaciale, senza un attimo di esitazione, che nel descrivere il suo personaggio parla di una "personalità dissociata, derivante dall'infanzia fatta di violenza e soprusi: quando il dolore è così profondo che non puoi sopportarlo, trovi un mezzo per annullare te stesso". Perfetta anche Winona Ryder, che mostra una donna fragile, perfettamente complementare al protagonista. "E' una donna che sposta la polvere sotto le coperte, pur di non vedere – afferma l’attrice - Così ho seguito il suo esempio: ho strappato via le pagine del copione che descrivevano i misfatti del marito, per calarmi ancora meglio nei panni di chi non sapeva, e non voleva sapere".
“The Iceman” ha tutti gli elementi per essere un buon film, un thriller avvincente che accoglierà numerosi consensi

ANTEPRIME CINEMA

THE RECLUTANT, dal Festival del Cinema di Venezia per Photarts
 
Dopo il successo di "Monsoon Wedding", che aveva vinto il Leone d'oro nel 2001, la regista indiana Mira Nair torna con un thriller politico, "The Reluctant Fundamentalist". Tratta dal celebre romanzo di Mohsin Hamid, tradotto in 25 lingue, la pellicola racconta la storia di un giovane pakistano, interpretato da Riz Ahmed, che fino a quel maledetto 11 settembre 2001, aveva davanti a se un brillante futuro da analista finanziario a Wall Street. Poi da quel giorno, la sua vita, come quella di tanti altri  americani, è cambiata per sempre. Ma il suo dolore non si è limitato alla tragedia che ha sconvolto il mondo del XX secolo; quella stessa America che gli aveva dato un lavoro e una vita migliore, lo ripudia, lo comincia a guardare con sospetto, continuando a perseguitarlo anche quando il giovane è costretto a far ritorno in Pakistan. Fino a quel momento la vita gli aveva sempre sorriso: un buon lavoro, l'amore per la bella e maledetta Erica, artista tormentata interpretata da una bruna Kate Hudson. Poi, la catastrofe. E niente sarà più come prima. Il film, che ha aperto la 69esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è fuori concorso, ma ha ricevuto numerosi consensi ed applausi dopo le oltre due ore di programmazione.
A presentare il film al Lido di Venezia sono intervenuti la regista, Kate Hudson (tornata biondissima) e Liev Schreiber, che interpreta nel film il giornalista Bobby.
"The Reluctant Fundamentalist" è un richiamo alla globalizzazione e un'accusa forte contro tutti quei pregiudizi che ancora continuano a sopravvivere nel mondo occidentale. D'altronde Mira Nair è attenta a questo tipo di questioni sociali fin dall'inizio della sua carriera dietro la cinepresa; come lei stessa ha sottolineato: "Il vero Pakistan non è conosciuto da nessuno al mondo" e sostiene che bisognerebbe: "superare la miopia che separa oggi l'Occidente dall'Oriente". Proprio pochi giorni prima di quell'evento epocale la regista aveva vinto il Leone d'Oro, vittoria rovinata da quell'imminente tragedia; ora torna a Venezia per ricordare quei giorni terribili e per far sì che non vengano dimenticati.
 
 

ANTEPRIME CINEMA PHOTARTS

TANGO LIBRE dal Festival del cinema di Venezia per Photarts

 
Amore, passione e rigore. Cosa c’è di più intenso di un tango? Solo un amore impossibile, fatto di sguardi, di sensazioni, di contrasti.
Una donna e tre uomini, questa è la storia che si consuma dietro “Tango Libre”, il nuovo film di  Frederic Fonteyne, presentato, nella sezione Orizzonti, alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.
Il regista belga chiude così una trilogia di film dedicati interamente all’amore, iniziata con “Una relazione privata” (presentato in concorso nel 1999) e “La donna di Gilles”; film dove la forza dei sentimenti svela gli animi.
JC (François Damiens) è una guardia carceriera, con una vita piatta, senza particolari entusiasmi, ma con un’insospettabile passione per il tango, concetto di seduzione per eccellenza, nel quale sfoga la sua vita di insoddisfazione e monotonia. Durante una delle lezioni serali, incontra e si ritrova per caso a ballare con Alice (Anne Paulicevich, anche co-sceneggiatrice), che rivedrà anche il giorno dopo presso la sala visita della prigione dove lavora.
La donna è infatti li  per ben due uomini: il marito Fernand (Sergi Lopez)  e l’amante Dominic (Jan Hamenecker), amici da sempre, finiti in prigione dopo aver ucciso una guardia durante un assalto ad un portavalori.
Questa la trama di un film ben scritto e ben recitato.
“Tango Libre” non è la classica storia di un menage a trois (che in questo caso sarebbe a quattro…), è una storia imprevedibile, che mostra bene le sue carte, sorprendente ed entusiasmante.
L’intreccio è drammatico, a tratti tragicomico; una storia dove altro protagonista indiscusso è il ballo, il tango, che fa da sottotesto alla storia , svelandone i significati più profondi.
La passione, il desiderio, il tradimento. Tutti elementi che concorrono a delineare una storia che mostra la fragilità umana davanti ai sentimenti, in un intreccio dove ad averla vinta è sempre l’amore.
Ballo e amore, una semplice accoppiata capace di dar vita ai più tormentati rapporti.

I GRANDI FOTOGRAFI

HENRY CARTIER-BRESSON



 
Henri Cartier-Bresson, uno tra i più convinti puristi della fotografia è nato il 22 agosto 1908 a Chanteloup, 30 chilometri ad est di Parigi, da una famiglia alto borghese amica delle arti. Inizialmente si interessa solo di pittura (grazie soprattutto all'influenza di suo zio, artista affermato, che all'epoca considerava un po' come un padre spirituale), e diventa allievo di Jaques-Emile Blanche e di André Lhote, frequenta i surrealisti e Triade, il grande editore.
L'ansia che rode Cartier-Bresson in questo suo viaggio fra le immagini del mondo lo porta ad una curiosità insaziabile, incompatibile con l'ambiente borghese che lo circonda, di cui non tollera l'immobilismo e la chiusura, la piccolezza degli orizzonti. Nel 1935 negli USA inizia a lavorare per il cinema con Paul Strand; tiene nel 1932 la sua prima mostra nella galleria Julien Levy.



Tornato in Francia continua per qualche tempo a lavorare nel cinema con Jean Renoir e Jaques Becker, ma nel 1933 un viaggio in Spagna gli offre l'occasione per realizzare le sue prime grandi fotografie di reportage.
Ed è soprattutto nel reportage che Cartier-Bresson mette in pratica tutta la sua abilità e ha modo di applicare la sua filosofia del "momento decisivo": una strada che lo porterà ad essere facilmente riconoscibile, un marchio di fabbrica che lo distanzia mille miglia dalle confezioni di immagini celebri e costruite.




Ormai è diventato un fotografo importante. Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo 35 mesi di prigionia e due tentate fughe, riesce a evadere dal campo e fa ritorno in Francia nel 1943, a Parigi, dove ne fotografa la liberazione.
Qui entra a far parte dell'MNPGD, un movimento clandestino che si occupa di organizzare l'assistenza per prigionieri di guerra evasi e ricercati.




Finita la guerra ritorna al cinema e dirige il film "Le Retour". Negli anni 1946-47 è negli Stati Uniti, dove fotografa soprattutto per Harper's Bazaar.
Nel 1947 al Museum of Modern Art di New York viene allestita, a sua insaputa, una mostra "postuma"; si era infatti diffusa la notizia che fosse morto durante la guerra.
Nel 1947 insieme ai suoi amici Robert Capa, David "Chim" Seymour, George Rodger e William Vandivert (un manipolo di "avventurieri mossi da un'etica", come amava definirli), fonda la Magnum Photos, cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo.



Dal 1948 al 1950 è in Estremo Oriente. Nel 1952 pubblica "Images à la sauvette", una raccolta di sue foto (con copertina, nientemeno, che di Matisse), che ha un'immediata e vastissima eco internazionale.
Nel 1955 viene inaugurata la sua prima grande retrospettiva, che farà poi il giro del mondo, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.



Dopo una serie di viaggi (Cuba, Messico, India e Giappone), dal 1966 si dedica progressivamente sempre più al disegno.
Innumerevoli, in questi anni, sono i riconoscimenti ricevuti, così come le esposizioni organizzate e le pubblicazioni che in tutto il mondo hanno reso omaggio alla sua straordinaria produzione di fotografo e di pittore.




Dal 1988 il Centre National de la Photographie di Parigi ha istituito il Gran Premio Internazionale di Fotografia, intitolandolo a lui.
Poco prima di raggiungere i 96 anni, è morto in Francia nell’Agosto 2004
 
 
 
 
fonti dal web biografieonline.it
le immagini sono soggette a copyright

lunedì 30 luglio 2012

I GRANDI FOTOGRAFI

GIANNI BERENDO GARDIN

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. È la seconda guerra mondiale che lo conduce verso la fotografia. Il suo inizio è un atto di sfida verso l'occupazione tedesca che, nell'Italia del '43, obbligava a consegnare alle questure, non solo le armi tenute nelle case, ma anche le macchine fotografiche. Lui, tredicenne, in un moto di ribellione adolescenziale, invece di far consegnare la macchina decise di andare in giro a fare foto. Uno zio ebreo, che viveva negli Stati Uniti, molto amico di Cornell Capa (figlio di Robert Capa) gli inviò un libro della Farm Security Administration (FSA). Era un reportage fotografico (tra il 1935 e il 1944), ben distante dal reportage ancora provinciale dei quotidiani italiani, che aveva l’obiettivo di testimoniare la situazione sociale ed economica degli agricoltori americani. Vi erano fotografie di Paul Carter, John Collier Jr, Jack Delano, Walker Evans, Dorothea Lange. Sono state le loro immagini a formare l’occhio di Berengo Gardin. Per caso, quando mostrò le sue foto a un amico in un bar, il redattore capo del giornale Il Borghese lo notò e gli comprò tutte le foto. Ma, se quello fu il primo "contatto", la sua carriera iniziò anni dopo.
Gli fecero da maestro le immagini dei reporter americani di Life, le stesse esperienze della Farm Security Society. Arriva a Parigi nel 1953, attratto dalle bellezze artistiche della capitale ma soprattutto dai grandi nomi della fotografia che quella città accoglieva. Resta nella capitale francese due anni, riprende ogni cosa con lo stile asciutto del reporter e senza nessuna traccia di edonismo, facendo sua la lezione dei professionisti d’oltralpe. A Parigi apprezzò Bresson, ed in generale tutti i fotografi della Magnum, e fece suo l'utilizzo del piccolo formato (Leica 35mm) per la semplicità e immediatezza d'uso.



Negli anni del Dopoguerra si trasferisce così a Venezia, dove entra a far parte del circolo fotografico La Gondola, fondato e diretto da Paolo Monti e, su invito di Italo Zannier, del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia. Del 1962 sono i suoi primi lavori come professionista, con i quali, abbandonato ogni interesse per la "mondanità" della fotografia di moda e pubblicitaria, si dedica definitivamente al reportage, all'indagine sociale, alla documentazione e descrizione dell'ambiente.
Grazie ai numerosi volumi per il Touring Club Italiano e per l'Istituto Geografico De Agostini, documenta gran parte delle regioni e delle città italiane e diversi paesi europei.




Racconta con fedeltà e senza mai peccare di presunzione.
Le sue composizioni del reportages in Sardegna assecondano l’andamento della terra e i gesti dei pastori, mentre le sue visioni ci restituiscono l’altra faccia della verità sociale del tempo.
Immagini di un’isola sospesa nel tempo, sguardi in bianco e nero tra realtà e memoria.



Artisticamente nato nel momento neorealista, influenzato dal realismo americano, partecipe all'evoluzione visiva della cultura fotografica di mezzo secolo, Berengo Gardin si può iscrivere nel registro di quegli autori che hanno elaborato una fotografia capace di essere notizia e ricerca, documento ed arte, strumento di analisi sociale e storica. È lui ad essere, ancora oggi, tra i fotografi italiani più conosciuti al mondo.
Con oltre cinquanta mostre personali e un centinaio di volumi pubblicati, Gianni Berengo Gardin è ormai una delle maggiori personalità della fotografia internazionale. La qualità del suo lavoro ha ottenuto i riconoscimenti della critica più prestigiosa. E' stato infatti citato, unico fotografo, da E. G. Gombrich nel suo libro The image and the Eye (Oxford 1982) e da Italo Zannier nella sua Storia della fotografia italiana (Bari 1987) come "il fotografo più ragguardevole del dopoguerra". Cecil Beaton lo ha incluso nella mostra da lui organizzata nel 1975, dedicata ai geni della fotografia dal 1839 ad oggi. Nel corso degli anni collabora con le maggiori testate nazionali e internazionali (Domus, Epoca, L'Espresso, Time, Stern, Harper's Bazaar, Vogue, Du, Le Figaro ecc.).




Il suo modo caratteristico di fotografare, il suo occhio attento al mondo e alle diverse realtà, dall'architettura al paesaggio, alla vita quotidiana, gli hanno decretato il successo internazionale e lo rendono un fotografo molto richiesto anche nel mercato della comunicazione d'immagine. Molte delle più incisive fotografie pubblicitarie utilizzate negli ultimi cinquant'anni provengono dal suo archivio. Procter&Gamble e Olivetti più volte hanno usato le sue foto per promuovere la loro immagine.



Gianni Berengo Gardin ha pubblicato oltre 150 libri di fotografia ed esposto le sue foto in centinaia di mostre che hanno celebrato il suo lavoro e la sua creatività in diverse parti del mondo: il Museum of Modern Art di New York, la George Eastman House di Rochester, la Biblioteca Nazionale di Parigi, gli Incontri Internazionali di Arles, il Mois de la Photo di Parigi, le Gallerie FNAC. Nel 1991 una sua importante retrospettiva è stata ospitata dal Museo dell'Elysée a Lausanne, e nel 1994 le sue foto sono state incluse nella mostra dedicata all'Arte Italiana al Guggenheim Museum di New York. Ad Arles, durante gli Incontri Internazionali di Fotografia, ha ricevuto l'Oskar Barnack-Camera Group Award. Nel luglio del 2005, in occasione a Milano dell’inaugurazione di FORMA, un spazio internazionale interamente dedicato alla fotografia, Gianni Berengo Gardin è stato scelto come autore per la mostra inaugurale con un’antologica sulla sua opera.




Il 18 ottobre 2008 gli è stato assegnato il premio Lucie Award alla carriera, quale massimo riconoscimento per i suoi meriti fotografici, mentre una personale in suo onore è stata allestita nell'autunno dello stesso anno a Palazzo Pichi Sforza di Sansepolcro (AR). Di notevole spessore i suoi scatti nello studio bolognese di Via Fondazza del pittore ed incisore Giorgio Morandi, ripubblicati in una raccolta uscita nel Gennaio 2009 a cura della casa editrice Charta. A Maggio 2009 all’Università Statale di Milano gli è stata conferita la Laurea honoris causa in Storia e Critica dell’Arte.
Ricordiamo che negli eventi del CCI è segnalata una mostra a lui dedicata, qui il link



Egli afferma che non smetterebbe mai di fare il fotografo per nessuna ragione al mondo. Perché crede di avercela nel sangue, la fotografia. Gli piace molto anche il rapporto con la terra. Zappare la terra, lavorarla e prendersene cura con lavori manuali. Forse perché incomincia ad essere non più tanto giovane e così gli piace fare quelle cose che prima ha trascurato. Qualche volta si domanda se non ho sbagliato tutto nella vita.
“Oggi abbiamo tutti la mania di voler accelerare la nostra vita, correndo dietro a mille cose, e perdendo il senso della pacatezza e della ponderazione”


fonti dalla rete:
wikipedia - museofotgrafia.it